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Addio fedeltà automobilistica: ecco perché gli italiani tradiscono

Addio fedeltà automobilistica: ecco perché gli italiani tradiscono

Un italiano su due è pronto a comprare un marchio mai sentito prima. E tra chi guida elettrico, la "fedeltà" è ormai un ricordo del passato.

UNA VOLTA ERANO FEDELI Ricordate i nostri nonni? Comprare un’auto non era solo una scelta pratica, era una sorta di patto di sangue. Negli anni d’oro della motorizzazione, tra i '60 e i '70, l’identità tecnica di una casa era il suo biglietto da visita: il ruggito di un bialbero Alfa Romeo o il comfort regale di una Lancia erano mondi distanti e inconciliabili. Una volta scelta una "parrocchia", difficilmente la si abbandonava per tutta la vita, o quasi. Oggi, però, quel romanticismo meccanico ha lasciato il posto a una pragmatica volatilità. I NUMERI DEL "TRADIMENTO" Secondo i dati dell’ultimo New Brand Observatory 2026 di Quintegia, il panorama automobilistico italiano è diventato un affollato mercato dove i marchi storici (i cosiddetti "legacy brand") devono sgomitare sempre di più. Nel 2026, i nuovi marchi emergenti presenti nel nostro Paese sono già 22, un numero destinato a salire ad almeno 33 entro il 2030. Ma il dato che più fotografa il cambio di mentalità è la propensione all’acquisto: il 47% dei consumatori italiani dichiara di essere disposto a prendere in considerazione un brand emergente e ancora poco noto. Un trend in costante crescita, se si pensa che questa percentuale era del 41% solo due anni fa. Insomma, quasi la metà di chi entra in concessionaria non ha più pregiudizi verso nomi come BYD, Omoda, Jaecoo o MG. L’ELETTRICO ACCELERA LA FUGA Se nel mercato globale la fedeltà vacilla, nel settore delle auto elettriche (BEV) è letteralmente crollata. Lo studio rileva che tra i possessori di auto a batteria, la disponibilità a cambiare rotta verso nuovi marchi sale vertiginosamente al 73%. Chi sceglie l’elettrico sembra dare più importanza al software, all’autonomia e alla tecnologia di bordo che allo stemma sul cofano. I nuovi costruttori, spesso nati "nativi digitali", riescono a intercettare questa domanda con un’offerta aggressiva, concentrata soprattutto nei segmenti che piacciono agli italiani: i suv compatti (c-suv) e medio-grandi (d-suv), dove i modelli elettrificati dei nuovi brand arrivano a essere oltre 20 per segmento. ANCHE I CONCESSIONARI CAMBIANO PELLE Non sono solo i clienti a guardarsi intorno. Anche chi le auto le vende ha capito che il vento è cambiato. Su oltre 900 imprenditori concessionari attivi in Italia, ben il 58% oggi rappresenta almeno un nuovo marchio emergente, un balzo netto rispetto al 46% dell’anno precedente. Diminuisce drasticamente la quota di chi rimane fedele esclusivamente ai marchi storici: dal 54% al 42% in un solo anno. Molti dealer hanno scelto la strada del "multibrand 2.0": il 40% delle strutture oggi ospita sotto lo stesso tetto sia i giganti della tradizione sia le agguerrite startup asiatiche o europee. Addirittura, il 18% dei concessionari ha deciso di tagliare i ponti con il passato, vendendo esclusivamente marchi di nuova generazione. COSA CI ASPETTA? La frammentazione è la nuova parola d'ordine. Se una volta i marchi storici dominavano il campo con quote bulgare, oggi i 22 nuovi brand già presenti in Italia hanno rosicchiato una fetta di mercato complessiva del 7,6%. Con l'arrivo previsto di altri 11 marchi entro il 2030 (tra cui nomi pesanti come Geely, Xpeng o la coreana Genesis), la competizione diventerà feroce. Per i consumatori è un'epoca d'oro di scelta e prezzi competitivi (si parte da circa 25.000 euro per i modelli NEV d'ingresso), ma per chi è cresciuto a "pane e pistoni" resta un pizzico di nostalgia. L'auto non è più un matrimonio celebrato in officina, ma una relazione a breve termine basata sul miglior rapporto qualità-prezzo e sull'ultimo aggiornamento software disponibile.

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