Boncuri, viaggio nel campo dei braccianti tra degrado e ombre sullo sfruttamento

Lo sguardo è intenso, ma sfuggente. Svanendo, vuol sembrare distratto. Cento metri prima dell?ingresso, t?accoglie e poi consegna a quello di chi, allertato, sa che stai per...
Lo sguardo è intenso, ma sfuggente. Svanendo, vuol sembrare distratto. Cento metri prima dell’ingresso, t’accoglie e poi consegna a quello di chi, allertato, sa che stai per arrivare. Tra musi lunghi, sorrisi e occhi bassi, davanti al cancello aperto è caos. Il sole illumina l’insegna: “Boncuri”, terra di Nardò: dove al bisogno la libertà s’arrende. Di lusso, c’è la fabbrica di Florence a far da sfondo a una baracca, decine d’auto e gente che discute, traffica e baratta. Sembra un mercato. Le inferriate piantate nel muro di cinta, “presidiato” da lampioni e telecamere, ne svelano, però, l’ufficiale funzione. «Ma quale foresteria? È un ghetto», sbotta un bracciante tunisino, dirottando subito questo obiettivo all’interno del campo. È tra chi un posto letto nella struttura comunale ce l’ha: «È sporco. Stiamo stretti. La maniglia è rotta ma nessuno l’aggiusta e si può lasciare nulla in stanza», indica mentre sbatte ripetutamente la porta del container, denunciando le condizioni in cui ci alloggia con altre 3 persone. Dentro e fuori, i box fatiscenti. Gli stessi dal 2017, appena 79: l’80esimo è inutilizzabile. Eppure, c’è chi pagherebbe anche più dei canonici 2 euro richiesti per dormirci. Sdraiato all’esterno del “villaggio”, un uomo maliano attende da giorni il suo turno. Dice che «è tutto pieno», e non sbaglia. Lo sgombero dell'anno scorso gli fa ancora paura. Come lui «ce ne sono 30, ma hanno tutti diritto a entrare», conferma Gabriele dall’ufficio interno che li ha censiti. È uno dei ragazzi dell’Associazione scout Cngei, alla quale il Comune ha nuovamente affidato la gestione. E lo ammette: «Dei totali 297 posti letto, 291 sono occupati. I 6 liberi sono riservati ai tunisini. Chi dorme all’esterno li rifiuta, perché proviene da Ghana, Mali, Senegal e con i tunisini non va d’accordo. Suddividiamo proporzionalmente gli spazi per etnia». Alle 18 di questo caldissimo lunedì, in attesa di un posto c’è pure un bracciante del Ciad. Come tanti dei presenti sull’area, presto inizierà a lavorare con i pomodori: «Forse ci daranno 7 euro l’ora, ma il lavoro è pesante. Noi stiamo nel magazzino». «E fa caldo», incalza il collega del Sudan. Sotto gli alberi, sono appoggiati al cumulo di indumenti come sempre in vendita vicino dell’ingresso. Se ne occupa un altro uomo africano. Ci sono anche saponette, flagranze, coltelli e forchette. Ma sul banchetto annesso, dietro semi e noccioline, quest’anno sono esposti pure 5 pacchetti di sigarette sigillati, di quattro marche diverse. Il sesto è aperto. In tanti, del resto, danno una boccata. Si cerca relax, a termine dell’ennesima dura giornata. La mensa interna aprirà a breve. E, come le docce, accoglierà anche gli “esterni”, che alloggiano su cartoni, marciapiedi o nei vicini casolari abbandonati, preservando come possibile la proprietà dignità. Aperti sono pure i gruppi del Polo Sociale, presidio per l’inclusione e l’assistenza. Alla riunione in corso accanto alla foresteria - dove oggi è presenta anche Fali Cgil, come la storica Diritti a Sud - in 20 ascoltano operatrici e operatori (legali, psicologi, mediatrici) spiegar loro come comportarsi con i datori di lavoro e di quali mezzi fruire, pur limitati dall’entità del bando che li abilita: 2 pulmini da 8 posti, di cui soltanto uno funzionale al trasporto sulle terre. Troppo poco per ostruire quello coordinato da uomini legati alle aziende in cambio di denaro, che un bracciante descrive con una spontaneità tale da far credere, tra l’altro, di non essere consapevole della portata del caso: «Noi non prendiamo il pulmino del campo. Viene lui (nome italiano) a prenderci, con grande macchina, otto alla volta. E ci chiede 40 euro per la benzina: 5 euro a testa, ogni volta». Ecco il prezzo da pagare per raggiungere il luogo di lavoro. È denaro sottratto alla già esigua paga giornaliera, in aggiunta a quello non riconosciuto per le ore effettivamente lavorate. Non è, infatti, regolare nemmeno il turno al quale il lavoratore spiega di osservare: «S’inizia alle 5. Alle 11 mangiamo e riposiamo. E alle 15.30 riprendiamo, fino alle 18/18.30». Si badi: il costo per le aziende interessate a contribuire all’accoglienza a Boncuri dei propri braccianti è di 100 euro al mese per lavoratore. E le adesioni sono cinque. I potenziali intermediari possono stabilire contatti in paese o sul lavoro. Ma anche dentro e intorno alla foresteria. Perchè non c’è controllo formale. Ben prima che la mensa apra, entra chiunque. E non tutti cenano. Dopo un'ora, solo 71 pasti risultano serviti. Certo, qualcuno spacca un’anguria, altri si stendono. Una bombola da 5 kg vicino a un letto suggerisce pure soluzioni "domestiche". Ma ci sono diverse riunioni che, intanto, nei vialetti, fuori e dentro i container, avvengono. Chi prega non si nasconde. «Io sono da poco uscito dal carcere», racconta un bracciante con la birra in pugno, «e ho trovato qui vicino una persona che mi ha fatto lavorare 15 ore al giorno e dopo un mese me ne sono andato». Un altro ragazzo è ubriaco, non lavora e non s’accorge di ciò che dice. C’è chi attende il permesso di soggiorno. E pure chi di attendere un letto si è stancato e dorme in stazione o dove - e al prezzo - che preferisce non dichiarare. Sono tutti volti della fragilità. Senza tempestiva accoglienza e difesa, quale argine contro mafie e caporalato potrà proteggerli? L’insufficienza di posti letto è costante. Ma dove sono gli spazi alternativi annunciati un anno fa? A Boncuri - dove anche i ragazzi di Aeeos si adoperano con Arpal e Cir - quest’anno «mancano pure i medici», segnala un’operatrice. «Ma ce la facciamo, dai - esorta un bracciante senegalese -, ce la facciamo».
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