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Decaro, l'intervista: «L?Autonomia differenziata passo indietro per il Sud. Fronte comune e ricorso». I numeri e gli effetti in Puglia

Decaro, l'intervista: «L?Autonomia differenziata passo indietro per il Sud. Fronte comune e ricorso». I numeri e gli effetti in Puglia

Presidente Antonio Decaro, cosa la preoccupa delle pre-intese di Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto sull'Autonomia differenziata approvate in Senato? In teoria non toccano le materie...

Presidente Antonio Decaro, cosa la preoccupa delle pre-intese di Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto sull'Autonomia differenziata approvate in Senato? In teoria non toccano le materie regolate dai Lep, i Livelli essenziali d'assistenza. «Sono preoccupato, le Regioni del Nord che trattano con il Governo nuove forme di Autonomia la definiscono un passo avanti. Per la Puglia, e per tutto il Mezzogiorno, rischia di essere un passo indietro definitivo: verso un Paese dove la qualità delle cure, la protezione civile, persino la pensione integrativa dipendono dal luogo in cui si nasce. Lo dico con chiarezza: la Puglia si oppone e si opporrà alle pre-intese negoziate con Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto. Non perché siamo contrari all'Autonomia, che la Costituzione prevede. Ci opponiamo al metodo: si procede in fretta, senza le garanzie che la Corte costituzionale ha imposto con la sentenza n. 192 del 2024». Con quella sentenza, la Consulta spiega che prima di trasferire una funzione che sottende un diritto fondamentale, lo Stato deve definire i Lep e garantirne il finanziamento. Quel vincolo è stato di fatto aggirato? «Senza questo passaggio l'Autonomia non allarga i diritti di chi la ottiene: restringe quelli di chi resta indietro. Qui arriva l'inganno. Mentre per protezione civile, professioni e previdenza complementare che la legge classifica come "senza Lep" poteva avviarsi una discussione, per la sanità il discorso è diverso. La sanità è un diritto fondamentale, come dice l'articolo 32 della Costituzione. Ma i Lep sanitari non esistono e andrebbero definiti prima di trasferire funzioni. Sotto la pressione di alcune forze politiche che rincorrono l'autonomia a ogni costo, il Governo ha scelto una scorciatoia: nelle intese scrive che i vecchi Livelli essenziali di assistenza (Lea) del 2017 valgono già come Livelli essenziali delle prestazioni (Lep). Ma Lep e Lea sono due cose diverse». I Lea indicano infatti “solo” un elenco di prestazioni. «Esatto. I Lep sono la garanzia che, per ogni diritto fondamentale, venga fissato un livello minimo uguale in tutta Italia, comprensivo delle risorse necessarie a garantirlo: è come dire che ogni pronto soccorso d'Italia deve avere lo stesso numero minimo di medici, con i soldi per assicurarlo ovunque. I Lea, invece, sono solo l'elenco delle prestazioni che il servizio sanitario deve offrire, senza dire quante persone al giorno un ospedale riesce a operare, né quante risorse servono perché questo accada allo stesso modo a Bari e a Bergamo». Quale sarebbe la ricaduta pratica? «Faccio un esempio: un paziente di Bari e uno di Bergamo hanno entrambi diritto, sulla carta, alla stessa protesi d'anca, perché è un Lea. Ma se a Bergamo l'attesa è di due mesi e a Bari di due anni, nessuna norma viene violata: il Lea non dice nulla su tempi, personale, fondi. Solo il Lep potrebbe imporre un'attesa massima identica ovunque. Pensate allo scenario che ci aspetta. Le intese permettono alle Regioni con bilanci più ricchi perché con redditi medi e trasferimenti fiscali più alti, di pagare di più medici e infermieri. A parità di lavoro, un medico guadagnerà di più al Nord: restano scoperti proprio i reparti che qui ne avrebbero più bisogno. Quando un ospedale pugliese non garantisce più una visita in tempi ragionevoli, il paziente va a curarsi al Nord: un danno doppio, perché la Puglia perde il cittadino e paga comunque la sua cura altrove, con la mobilità sanitaria passiva». Peraltro la Regione deve fronteggiare già una spesa annua elevata per la mobilità passiva: è schizzata a 345 milioni, così si innesca un circolo vizioso. Inoltre: quanto può incidere ora il possibile allargamento dei divari determinato dall'Autonomia sulla gestione del deficit sanitario regionale da 350 milioni? Rischia di saltare il piano al quale state lavorando? «I Servizi Bilancio della Camera e del Senato, organi tecnici e non politici, hanno sollevato gli stessi dubbi: mancano meccanismi di salvaguardia per le risorse insufficienti, le relazioni tecniche non dimostrano la sostenibilità delle nuove funzioni, l'equiparazione tra Lea e Lep non è provata. Sulla possibilità di pagare di più il personale sanitario, hanno chiesto di chiarire come si concili con l'impegno di non incidere sulla mobilità sanitaria: lo stesso timore che denuncio qui. Se lo dice chi controlla i conti per mestiere, il problema è reale, non ideologico. Per quanto riguarda la Puglia le conseguenze sarebbero disastrose. Già oggi scontiamo una forbice tra costi che aumentano e trasferimenti che fatichiamo a tamponare con risorse proprie. Stiamo lavorando con altre Regioni ai nuovi accordi sulla mobilità passiva cercando di ridurre i costi. Il rischio è che il sistema salti perché oggettivamente non possiamo competere». Appunto: la sensazione, supportata dai numeri, è che stia andando in tilt il sistema sanitario delle Regioni. Segnali arrivano anche da governatori del Nord e di centrodestra. Il Fondo sanitario nazionale è stato incrementato, ma non riesce a sostenere l'aumento verticale della spesa sanitaria corrente, cresciuta del 4,9% in un anno. Ci sono responsabilità delle amministrazioni? E cosa risponde al centrodestra pugliese, che l'accusa di voler usare l'Autonomia come «scorciatoia retorica» per eludere il deficit regionale? «Se si gratta la vernice dell'Autonomia, la pressione politica dietro questa operazione ne rivela il vero movente. La sanità è in affanno ovunque, anche al Nord: liste d'attesa, pronto soccorso in tilt, medici che mancano. È per questo che si cercano altrove le risorse che non bastano più: nel Mezzogiorno. Ma se questo è il disegno, la conclusione onesta dovrebbe essere un'altra: meglio abolire le Regioni. Se lo Stato non riesce a garantire equità con un sistema regionale, si prenda la responsabilità di gestire direttamente la sanità, garantendo però a tutti i cittadini le stesse cure, ovunque siano nati o vivano e rispetti la Costituzione. Il centrodestra continua a tenere la testa rivolta all’indietro per evitare di guardare in faccia quello che ci aspetta. Io non ne faccio una questione politica o ideologica, ma di sostanza. A Roma si stanno scrivendo le regola della sanità pugliese dei prossimi dieci anni, quando al governo della Regione potrebbero esserci loro, chi lo sa. Per questo ho fatto un appello a lavorare insieme. Non voglio polemizzare col Governo né col centrodestra. Voglio che vengano rispettati i diritti dei pugliesi che devono valere come quelli di veneti o liguri». Il caos dell'Autonomia differenziata e della sanità regionalizzata è figlio della riforma del Titolo V della Costituzione, all'epoca voluta dal centrosinistra. Come andrebbe ripensato il sistema? «L'ho detto sempre pubblicamente che è colpa della mia parte politica che allora approvò quella riforma per inseguire la Lega. Ora andrebbero riscritte le regole insieme. Con un percorso condiviso che tenga alla base un sistema perequativo. Lo abbiamo già fatto per i Comuni, quando ero presidente dell’Anci. Non è impossibile». Quali i prossimi passi per opporsi alle pre-intese? Il fronte delle Regioni ha già dimostrato d'essere spaccato. «La Puglia ha chiesto alla Conferenza delle Regioni di non dare parere favorevole a queste pre-intese, e al Governo di sospendere il procedimento fino alla definizione dei Lep, con i relativi costi standard, e fino alla piena attuazione del fondo perequativo previsto dalla Costituzione. Solo così l'autonomia diventerà un'opportunità per tutti, e non un privilegio per pochi. La Puglia non chiude la porta al dialogo. La chiude a un metodo che rischia di dividere il Paese in due». Tornare in Conferenza delle Regioni potrebbe non bastare. Lei è pronto al ricorso? Magari passando anche da un Consiglio regionale monotematico. «Se si procederà con le pre-intese la Regione Puglia certamente ricorrerà. Sentiti gli altri presidenti delle Regioni del Sud, cercheremo di fare fronte comune. Coinvolgerò i colleghi del centrodestra perché, ripeto, non può essere una battaglia di Antonio Decaro. Ho già dimostrato che non mi sottraggo al confronto, ma ora è tempo di guardare avanti». Il campo largo prova ad accelerare su coalizione, programma, leadership: il dibattito su divari territoriali e Autonomia non potrebbe essere un tema caratterizzante per il centrosinistra? O nota un approccio troppo tiepido, a cominciare dal Pd? «Il tema non è l’Autonomia differenziata, il tema è che idea di Paese vogliamo. Se pensiamo che sia giusto che tutti i cittadini abbiano gli stessi diritti indipendentemente dal posto in cui si nasce, allora i progressisti farebbero bene ad ascoltare le ragioni di questa battaglia. Che, ripeto, è una battaglia di giustizia sociale. Presto toccherà alla scuola, poi ai trasporti e alla fiscalità, fino a ridurre il Sud in un terrà dalla quale si tornerà a scappare».

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