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Delitto Tartari 18 anni dopo. Katia: “La lapide del mio Andrea inghiottita dall’incuria e nessuna strada a lui dedicata”

Delitto Tartari 18 anni dopo. Katia: “La lapide del mio Andrea inghiottita dall’incuria e nessuna strada a lui dedicata”

Il 35enne era stato barbaramente ucciso a Porto Corsini al culmine di una banale lite L’allora compagna: “Non è stata realizzata nessuna delle promesse che erano state fatte”

Ravenna, 26 luglio 2026 – La targa è sempre lì. Ora sepolta dall’incuria e inghiottita dalla vegetazione di un’aiuola mal curata. Sei giorni fa di 18 anni fa. Porto Corsini, notte del 20 luglio 2008. Il diverbio di un momento che aveva cancellato per sempre una vita: quella di Andrea Tartari, 35enne gommista bolognese assassinato per strada. Accoltellato a morte per futili motivi Banali, banalissimi i motivi che avevano alimentano le coltellate fatali. La politica si era indignata in maniera bipartisan, per mutuare un brutto termine tanto in voga oggi. Due le persone che si erano veramente spese: l’allora sindaco Fabrizio Matteucci del Pd. E l’allora capogruppo comunale di Forza Italia, Eugenio Costa. Solo che il primo è improvvisamente morto nel 2020 e il secondo da tempo è fuori dai banchi di Palazzo Merlato. E ora su quella targa - che avrebbe potuto e dovuto diventare il monito contro una violenza di strada non accettabile - sono calati oblio e incuria. Katia, l’allora convivente del 35enne a Marzabotto e testimone oculare dell’omicidio, fissa al tornasole quei caratteri consunti dalle intemperie. “Barbaramente ucciso per futili motivi in questo luogo”, recita l’ultima riga della lapide. Ma per leggerla, occorre avvicinarti a una spanna, strizzare coni e bastoncelli: spremere la vista come se il problema fosse il tuo e non di chi ha lasciato che la malora inghiottisse la storia. Quella strada solo promessa “I miei genitori avevano comperato casa lì - ricorda Katia - volevano diventare cittadini ravennati, poi dovettero rinunciare e lasciare tutto. Matteucci ci disse che era importante che la targa stesse in quel posto, di fronte a una scuola: a insegnamento futuro per i ragazzi. E ci promise ufficialmente che avrebbero dedicato una via ad Andrea, anche prima dell’iter dei dieci anni. Chi ha preso le sue redini, non sapeva niente o non gli importava niente”. Katia indica la lapide, ridotta in pessime condizioni Anche cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non è cambiato: perché, pur a fronte di tante nuove strade, a Tartari non è stato dedicato nulla. E oggi “la lapide è in una condizione pietosa. Qualche anno fa avevo deciso di portare via la lastra di marmo per farla sistemare a mio carico a Bologna dato che era illeggibile. Poi l’avevamo rimessa a posto: ma è tornata di nuovo illeggibile. E che dire delle piante delle aiuole? Le ho cambiate io mettendo dei sempreverde con bassa necessità di manutenzione: ma senza fare proprio nulla, tutto diventa come chiunque può verificare da sé ora... Mi fa male vedere questa roba: sembra un oggetto dimenticato”. Un po’ come se la memoria ci impedisse di andare oltre poche estati. Di accumulare il recente passato per esporlo a chi verrà nel futuro. Di proseguire un discorso oltre l’esito della cronaca giudiziaria. Furono condannati i fratelli Vertone Nessuno escluso, a partire dalle istituzioni. Nel nostro caso, la giustizia penale ha fatto il suo lavoro definendo una condanna per coloro che uccisero Andrea: i fratelli Salvatore e Giovanni Vertone. Tutto passato in giudicato nel febbraio 2014. A partire dalla dinamica con quelle coltellate sferrate sotto l’abitazione della famiglia Vertone e a pochi metri dalla casa di vacanza dei genitori di Katia. Indagini lampo dei carabinieri: i due erano stati bloccati pochi giorni dopo il delitto mentre, al culmine di una rocambolesca fuga verso Mondragone, loro paese d’origine, avevano deciso di andare a costituirsi al carcere di Carinola. Uguale a 30 anni per Salvatore, inquadrato quale esecutore materiale. E 21 anni e 8 mesi per Giovanni, indicato come colui che da dietro teneva ferma la vittima in quello che era partito come semplice battibecco da parcheggio perché i due fratelli erano appoggiati all’auto nuova del bolognese. E che si era trasformato in un lampo in un aspro scambio sfociato in colluttazione fisica a sua volta culminata con l’uccisione di Tartari sul selciato di via Lagosanto. “Barbaramente ucciso per futili motivi in questo luogo”, recita la targa barbaramente lasciata all’incuria in un amaro gioco di matrioske della memoria.

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