Ex Ilva, Jindal insiste per concludere: «Finalizzare l?acquisto»

Jindal mantiene alto il pressing sull?ex Ilva. Forse preoccupato dell?eventualità, che è concreta, che la gara sulla cessione dell?azienda si rifaccia o,...
Jindal mantiene alto il pressing sull’ex Ilva. Forse preoccupato dell’eventualità, che è concreta, che la gara sulla cessione dell’azienda si rifaccia o, quantomeno, si aggiorni rispetto al bando lanciato un anno fa, visto che la Corte d’Appello di Milano ha stabilito la fermata in 90 giorni dell’area a caldo poiché inquinante, e quindi che con la riapertura o l’aggiornamento si riaprano le porte alla partecipazione di possibili concorrenti, negli ultimi giorni il gruppo siderurgico indiano in varie forme ha tenuto a comunicare che c’è. Che la fabbrica gli interessa e che è pronto a chiudere la trattativa con i commissari. Trattativa che prima che la Corte d’Appello si pronunciasse, vedeva gli indiani ad un passo dall’acquisizione dell’azienda. Poi però il provvedimento dei magistrati ha cambiato lo scenario. Il Governo, con il sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano, ha detto nel vertice di martedì a Palazzo Chigi che bisogna riparametrare la gara sull’area a freddo e verificare “la possibilità di coinvolgere ulteriori investitori a partire da quelli italiani”. L’ultima mossa di Jindal risale alle scorse ore. In una lettera inviata alla commissione Finanze della Camera, Narendra Kumar Misra, direttore per le operazioni in Europa del gruppo, scrive: “Considerato che abbiamo sostanzialmente raggiunto un'intesa con i commissari, sotto la guida del Governo, in merito ai termini dell'acquisizione di Ilva, esprimiamo il nostro apprezzamento per l'impegno profuso dal Governo e dal Parlamento nel garantire la continuità operativa di Ilva nelle more del completamento delle formalità necessarie al perfezionamento della cessione. Confermiamo, altresì, la nostra piena disponibilità a procedere con la massima celerità alla finalizzazione degli accordi e al perfezionamento dell'acquisto di Ilva”. La lettera inviata alla commissione Finanze si riferisce al decreto ultimo del Governo che assegna all’ex Ilva altri 100 milioni per funzionare. Tuttavia al momento l’unico dato è che fra 90 giorni l’area a caldo dell’ex Ilva non sarà più esercibile, mentre la gara, e quindi anche l’affidamento che sino a pochi giorni fa sembrava prossimo a Jindal, va temporaneamente in stand by in attesa di nuove valutazioni (e decisioni) del Governo e dei commissari. E proprio il fatto che l’area a caldo si fermerà (ma di fatto è già inattiva per tre quarti, se si considera che le cokerie da inizio d’anno non stanno funzionando e che due altiforni su tre e un acciaieria su due non stanno producendo), allarma le associazioni delle imprese appaltatrici e dell’indotto ex Ilva. Dopo la riunione di venerdì sera - si veda Quotidiano di ieri -, in un documento congiunto Confindustria, Confapi, Aigi, Confartigianato e Federmanager chiedono al Governo “un decreto che scongiuri un disastro socio-economico” e annunciano “la loro adesione allo sciopero indetto dai sindacati per la giornata di” domani. Preparandosi al confronto con il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, nella prossima settimana al Mimit, le associazioni affermano “che chiederanno al Governo di adottare un decreto in grado di evitare conseguenze la cui portata negativa per l'intero sistema economico (non solo tarantino, ma anche dell'intero Paese) non può essere ipotizzata da nessuno. L'industria tarantina dell'indotto non vuole piegarsi ad un destino che sembra già segnato e si mobilita dicendosi pronta a tutto”. Due le direzioni indicate dalle imprese: “formulare proposte finalizzate a scongiurare la chiusura dell'area a caldo e istituire un Tavolo permanente per Taranto che sia in grado di affrontare e superare una delle più gravi crisi socio-economiche mai registrate nella storia recente del capoluogo ionico”. Le associazioni ritengono che si “debba procedere tutti uniti per tentare di individuare una soluzione praticabile per salvare un asset industriale che, facendo leva su nuove tecnologie capaci di non impattare sull'ambiente, può ancora dare molto all'intero Paese”. Anche perché, rilevano, l’acciaieria non è più quella del 2012, l’anno del sequestro: “sono cambiati impianti, condizioni operative, tecnologie e scenari industriali”. E se le imprese chiedono di non chiudere l’area a caldo, Fim, Fiom e Uilm nazionali annunciano la “mobilitazione nazionale permanente” e sollecitano “un piano nazionale straordinario di rilancio e messa in sicurezza dell’ex Ilva. Il decreto della Corte d’Appello di Milano - sostengono - denota quanto questi ultimi due anni siano passati senza affrontare i nodi posti dal sindacato e dai lavoratori con le mobilitazioni, gli scioperi, il confronto e le denunce”. “La continuità produttiva per noi in nessun modo vuol dire mettere in secondo piano le questioni ambientali e di salute dei lavoratori”, sottolineano le sigle. Che anzitutto chiedono di “acquistare sul mercato le bramme e gli altri semiprodotti da lavorare a Taranto per alimentare gli altri stabilimenti, condizione necessaria per avere più persone possibili al lavoro” e “garantire la continuità aziendale”. Si chiede poi di “realizzare nel minore tempo possibile la transizione per mettere in produzione 4 forni elettrici (3 Taranto, 1 Genova)” e un “Polo Dri a Taranto” e “una clausola sociale che garantisca la ricollocazione, attraverso anche la realizzazione di nuovi impianti, dei lavoratori”. Infine, si sollecitano “misure straordinarie per i lavoratori di AdI in AS, Ilva in AS e appalto attraverso ogni strumento possibile: lavori usuranti, estensione dei benefici previdenziali amianto e altro, esodi incentivati e ricollocazioni”.
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