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Haiti tra speranze elezioni e offensiva contro gang: “C’è una finestra di opportunità”

Haiti tra speranze elezioni e offensiva contro gang: “C’è una finestra di opportunità”

Alla riunione del Consiglio di Sicurezza ONU, i rapporti di Massieu (BINUH), Juma (UNODC) e di Frazier, Rappresentante speciale SG per i bambini nei conflitti

Per la prima volta dopo molti mesi, al Consiglio di Sicurezza dell'ONU sulla crisi di Haiti non hanno dominato soltanto allarmi e pessimismo. Pur davanti a una situazione umanitaria e di sicurezza ancora drammatica, i principali responsabili delle Nazioni Unite hanno parlato di una possibile "finestra di opportunità" per riportare il Paese verso la stabilità, grazie ai primi progressi sul fronte della sicurezza e all'accelerazione del processo elettorale. La realtà, però, resta durissima. Oltre 6,4 milioni di persone – più della metà della popolazione haitiana – hanno bisogno di assistenza umanitaria, quasi 1,5 milioni sono sfollate a causa delle violenze e oltre 5,8 milioni rischiano l'insicurezza alimentare nel corso dell'anno. Intanto il piano umanitario delle Nazioni Unite da 880 milioni di dollari è finanziato soltanto per circa il 25%, limitando gravemente gli interventi sul terreno. Ad aprire la riunione è stato Carlos Ruiz Massieu, Rappresentante speciale del Segretario generale e capo della missione politica ONU ad Haiti (BINUH), secondo cui il Paese si trova in un momento decisivo. "Esiste ancora un'opportunità per far avanzare la transizione politica, invertire la minaccia rappresentata dalle gang e ristabilire la governance democratica", ha spiegato, indicando come segnali incoraggianti l'approvazione del nuovo decreto elettorale, l'accordo sul bilancio delle elezioni e l'avvio, proprio oggi, della registrazione degli elettori. Ma ha anche avvertito che sicurezza e processo politico dovranno procedere insieme: "Le sfide della sicurezza non possono diventare un motivo per rinviare le elezioni". Ruiz Massieu ha però ricordato che la violenza delle gang continua a colpire duramente la popolazione, con milioni di persone costrette a lasciare le proprie case e donne e bambini che continuano a pagare il prezzo più alto. Per questo ha sottolineato che le operazioni militari, pur necessarie, non saranno sufficienti. "La sicurezza da sola non produrrà una pace duratura", ha detto, chiedendo una strategia più ampia che rafforzi la giustizia, le istituzioni statali e offra opportunità economiche soprattutto ai giovani. Uno degli interventi più significativi è stato quello della direttrice esecutiva dell'Ufficio ONU contro la Droga e il Crimine (UNODC), Monica Juma, appena rientrata da una missione ad Haiti. Secondo Juma, il Paese non vive più soltanto una crisi della sicurezza, ma una vera e propria crisi della governance provocata dalla criminalità organizzata. Le gang, ha spiegato, non cercano più semplicemente di conquistare territori. Puntano ormai a controllare i corridoi di trasporto, i rifornimenti di carburante, la distribuzione degli alimenti e le principali attività economiche, sostituendosi progressivamente allo Stato. "La criminalità organizzata sta rimodellando e, in alcuni casi, sostituendo l'autorità dello Stato", ha affermato, avvertendo che la crisi haitiana rischia di avere conseguenze ben oltre i confini nazionali, alimentando traffico di armi, droga e migranti in tutta la regione caraibica. Particolarmente toccante è stato l'intervento di Vanessa Frazier, Rappresentante speciale del Segretario generale per i bambini nei conflitti armati, che ha definito quella dei minori haitiani "una delle situazioni più allarmanti al mondo". Nel 2025 le Nazioni Unite hanno verificato 2.088 gravi violazioni contro 1.661 bambini, tra reclutamenti forzati, uccisioni, mutilazioni, rapimenti e violenze sessuali. Secondo le stime ONU, oggi oltre la metà dei membri delle gang potrebbe essere composta da minori. "I bambini non sono soltanto vittime collaterali della crisi: vengono deliberatamente presi di mira, sfruttati e strumentalizzati", ha dichiarato. Frazier ha raccontato la visita al centro di detenzione minorile di Port-au-Prince, dove alcuni ragazzi sono rinchiusi da anni senza essere mai comparsi davanti a un giudice. Ha insistito sul fatto che i minori associati alle gang debbano essere considerati innanzitutto vittime e inseriti in programmi di reintegrazione sociale, piuttosto che semplicemente incarcerati. Sul fronte della sicurezza, il Consiglio ha ascoltato anche Jack Christofides, responsabile della nuova Gang Suppression Force (GSF), la forza multinazionale sostenuta dalle Nazioni Unite entrata in funzione nelle scorse settimane. Christofides ha illustrato i primi risultati delle operazioni a Tabarre e Delmas, nella capitale Port-au-Prince, dove sono stati arrestati sospetti appartenenti alle gang, sequestrate armi e centinaia di bombe Molotov e demolite barricate utilizzate dai gruppi criminali per controllare il territorio. La strategia, ha spiegato, punta a conquistare progressivamente aree strategiche e mantenerne il controllo con pattugliamenti permanenti. "Nessuno dovrebbe sostenere che i problemi della sicurezza ad Haiti possano essere risolti dall'oggi al domani", ha detto, aggiungendo però che interrompere adesso questo slancio significherebbe perdere un'occasione storica per invertire la tendenza.  Nel dibattito tra gli Stati membri, gli Stati Uniti hanno espresso il sostegno più deciso alla nuova missione internazionale. L'ambasciatore Mike Waltz, reduce da una visita ad Haiti, ha descritto Port-au-Prince come una vera e propria "kill zone", una città dove le gang controllano quartieri, porti, ospedali, carceri e principali vie di comunicazione. Secondo Washington, la Gang Suppression Force rappresenta il miglior tentativo compiuto negli ultimi anni dalla comunità internazionale. Waltz ha invitato i Paesi dotati di capacità di trasporto aereo ad accelerare il dispiegamento dei contingenti internazionali e ha definito chiaramente quello che, secondo gli Stati Uniti, dovrà essere il successo della missione: "Strade libere dalle gang, istituzioni libere dalle intimidazioni e un governo scelto dal popolo haitiano". Anche la ministra degli Esteri di Haiti, Reina Forbin, ha cercato di trasmettere un messaggio di fiducia, sostenendo che il Paese è oggi "più vicino che mai" al ripristino della sicurezza e allo svolgimento di elezioni libere. Ha ricordato che dall'inizio dell'anno sono stati addestrati oltre 2.000 nuovi agenti di polizia, che la registrazione degli elettori è già in corso con sette delle dieci regioni pronte al voto e che il governo sta lavorando a programmi di reintegrazione per gli ex membri delle gang e alla creazione di tribunali specializzati. "Per troppo tempo Haiti è stata definita dalle sue crisi. Oggi Haiti chiede che vengano riconosciuti anche i progressi compiuti", ha affermato. [caption id="attachment_935897" align="aligncenter" width="940"] Raïna Forbin, Minister for Foreign Affairs and Religious Affairs of Haiti, addresses the Security Council meeting on the question concerning Haiti. (UN Photo/Manuel Elías)[/caption] Da quasi tutti gli interventi è emerso un consenso su alcuni punti fondamentali: la sicurezza rappresenta la condizione indispensabile per arrivare alle prime elezioni presidenziali dopo l'assassinio del presidente Jovenel Moïse nel 2021; la lotta alle gang deve essere accompagnata dal rafforzamento dello Stato di diritto e della giustizia; e la comunità internazionale dovrà continuare a finanziare sia le operazioni di sicurezza sia gli aiuti umanitari. Il messaggio finale del Consiglio è stato dunque di prudente ottimismo. Per la prima volta dopo anni, all'ONU si intravedono segnali concreti di avanzamento sul piano politico e della sicurezza. Eppure quella indicata oggi dai vertici delle Nazioni Unite resta soltanto una finestra di opportunità: senza un rafforzamento della missione internazionale, senza maggiori risorse economiche e senza il sostegno delle istituzioni haitiane, rischia di richiudersi rapidamente, lasciando il Paese nuovamente nelle mani delle gang.

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