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Il Beethoven inciso a punta secca di Daniele Gatti

Il Beethoven inciso a punta secca di Daniele Gatti

Il ciclo integrale delle Sinfonie di Beethoven al Teatro del Maggio Musicale

Francesco Ermini Polacci Daniele Gatti firma il suo primo ciclo integrale delle Sinfonie di Beethoven da direttore musicale del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Quattro concerti, distribuiti fra la Sala Mehta e la Sala Grande, tutti salutati dal pubblico con festoso entusiasmo. Un tour de force, che ci mostra un’Orchestra del Maggio dinamica, duttile, lucente nelle sonorità; non sempre del tutto impeccabile negli attacchi e negli appiombi (anche a causa dei non pochi cambi nelle file, da un concerto all’altro), ma comunque reattiva alla concezione che di Beethoven ha Gatti. E, il suo, è un Beethoven lucido e asciutto, di continuo illuminato nei dettagli strumentali, dalla tenuta solida e vigorosa; a volte persino presago del sinfonismo che verrà: di Mahler ad esempio, come ci dicono certi fraseggi taglienti, certe sonorità sferzanti. Chi frequenta il Maggio è abituato al Beethoven di Zubin Mehta, struggente, disteso, dalle pennellate dense; più moderno e trasparente come il cristallo si rivela quello, inciso a punta secca, di Gatti. Gesto chiaro e deciso, partiture governate a memoria, Gatti persegue quest’immagine del Beethoven sinfonico con rigore e coerenza logica: ma quando eccede nel controllare dinamiche, fraseggi, respiri, quando il senso della forma prende il sopravvento su quello dei contenuti, le emozioni latitano e gli esiti risultano discontinui. Succede così che ascoltiamo una Prima Sinfonia ben scattante e risolta con un precisissimo gioco di timbri, una Quarta impreziosita da un elegante gusto cameristico ma anche troppo sorvegliata; una Settima innervata di forza vitale, dove la valorizzazione del ritmo diventa garanzia di ordine e dove, finalmente, l’Allegretto non ha il solito, fuorviante passo da marcia funebre. Ma è una delusione la celebre Quinta, perché la misuratissima direzione di Gatti non ne fa emergere il senso di conflitto drammatico fra principi opposti che la percorre, fra male e bene, sofferenza e rivincita, tenebre e luce: sicché, nella transizione fra i due ultimi movimenti, quella fanfara non suona risolutiva del dramma, non è liberatoria, ma è solo un’esplosione di energia. La Sesta, la celebre “Pastorale”, è da Gatti ricreata in tutta la sua delicata poesia, scorre placida e trasparente, svela soavi particolari nei dialoghi strumentali. Ancor più centrata la Terza, l’”Eroica”, che con la Settima è fra i migliori risultati di quest’integrale. Perché Gatti - che l’affianca a una Seconda perentoria e dal carattere già tutto beethoveniano - la carica di una tensione che ha il suo fuoco nel ritmo, serrandola in un arco narrativo travolgente, e dove si ascoltano una Marcia funebre severa e talvolta rabbiosa, un Finale che è come una fiammata, dalla grandiosità wagneriana; e, stavolta sì, catartica. Infine la Nona, che beneficia di un valido quartetto di voci (Mariangela Sicilia, Eleonora Filipponi, Bernard Richter, Jongmin Park) e dell’incisiva prova del Coro del Maggio istruito da Lorenzo Fratini. C’è già aria di Novecento in questa lettura scalfita da inquietudini, fatta di sonorità laminate, prosciugata da ogni enfasi, con un Adagio tutto concisione e purezza di linee. È una lettura serrata, dove il Finale (risolto seguendo le indicazioni di Beethoven) arriva come una volitiva affermazione di certezze, ma senza lo slancio gioioso di quell’abbraccio universale invocato da Beethoven per l’intera umanità.

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