La casa di Hitler diventa un commissariato (mentre Predappio resta un santuario nostalgico)
La casa di Hitler, a Vienna, è diventata un commissariato di polizia. Non ha segni di riconoscimento, non ha targhe né indicazioni. A Predappio, invece, la memoria del Duce resta viva - e tollerata
(Questo articolo è apparso sulla Rassegna, la newsletter che il Corriere riserva ai suoi abbonati. Per riceverla occorre iscriversi a Il Punto: lo si può fare qui) Il 26 aprile di quest’anno a Predappio, il prete lefebvriano e neofascista Giulio Tam ha celebrato una messa in suffragio della Repubblica sociale italiana, lo Stato fantoccio di Salò. In prima fila, le due pronipoti di Benito Mussolini, Orsola e Vittoria. La cittadina romagnola è da decenni la meta prediletta del turismo nostalgico, con fez, stendardi, aquile e camicie nere. Nel 2018, tale Selene Ticchi si presentò con la maglietta nera e la scritta Auschwitzland. Nei negozi, i cimeli che fanno scendere lacrimucce a qualche ardito incanutito: felpe con «Boia chi molla» e «Marcia su Roma», bottiglie di vino con il mascellone bene in vista o il caratteristico baffetto teutonico. Il corrispettivo di Predappio è Braunau am Inn, piccola cittadina austriaca dove nacque il caporale e pittore fallito. La ridente località, a un chilometro dal confine, non è mai diventata una Predappio: niente pellegrinaggi di massa dei nostalgici, anche perché il saluto hitleriano e la svastica sono reato. Ma Vienna non si fida: dopo anni di battaglie legali, la casa natale di Adolf Hitler è ora un commissariato di polizia. La casa non ha segni di riconoscimento. Nessuna targa, nessuna indicazione. In compenso, telecamere per registrare pellegrini neonazisti. Nel 1989 viene eretta una pietra commemorativa (presa dal campo di Mauthausen), che non menziona Hitler ma recita: «Per la pace, la libertà e la democrazia. Mai più fascismo. Milioni di morti ammoniscono». Dal 1972, lo Stato austriaco ha pagato un affitto alla famiglia della proprietaria Gerlinde Pommer per evitare che diventasse meta di turismo. Dal 1977 al 2011 la casa è stata usata dall’ong di aiuto ai disabili «Lebenshilfe». Ma l’immobile non era accessibile e la signora si è rifiutata di autorizzare i lavori di ristrutturazione. Lo Stato in quegli anni cerca di comprarla: la signora Pommer è inflessibile. Fino a un voto del Parlamento, che nel 2016 decide la confisca dello stabile, confermata dalla Corte suprema e con un indennizzo stabilito nel 2019 di 812 mila euro. Che farne? Un museo attirerebbe i nostalgici. L'allora ministro degli Interni, Wolfgang Sobotka, annuncia la demolizione e viene travolto dalle critiche: voleva forse cancellare il passato? Seppellirlo, negarlo? E così, nel 2019, si decide: l’unico modo perché non diventi meta di pellegrinaggio è farne una stazione di polizia. Oggi, con i costi lievitati da 5 a 20 milioni, l’inaugurazione. Robert Eiter, del comitato austriaco delle vittime Mauthausen, non è d’accordo: «Ogni anno facciamo una cerimonia per ricordare e dire “mai più”. A Braunau vogliono solo dimenticare». Lo scrittore Ludwig Laher, dello stesso comitato, parlando con il quotidiano berlinese taz nel 2020, definì l’operazione «una grottesca rimozione molto austriaca». E a proposito di rimozione, per decenni la Seconda Repubblica si è fondata sull’Opferthese, il mito della vittima. Che ha origine nella dichiarazione di Mosca del 1943, quando gli alleati definirono l’Austria «il primo Paese libero caduto vittima» dell’aggressione hitleriana. L’Anschluss del 1938, l’annessione, si sosteneva, era stato subito: dunque gli austriaci erano scagionati da ogni responsabilità. Poi, nel 1986, ci fu l’affare Waldheim, punto di svolta nell’auto percezione degli austriaci: si scoprì che Kurt Waldheim — ex segretario generale dell'Onu e poi presidente austriaco — aveva nascosto il suo servizio come ufficiale della Wehrmacht nei Balcani tra il 1942 e il 1945. Solo nel 1991 il cancelliere socialdemocratico Franz Vranitzky pronunciò davanti al Parlamento il primo riconoscimento ufficiale della corresponsabilità austriaca nel nazionalsocialismo. Trentacinque anni dopo, davanti alla casa di Braunau, il dibattito è ancora lo stesso: ricordare o neutralizzare. Ulrich Seidl, il grande e spietato regista di «Canicola», nel 2014 ha descritto in chiave grottesca, in «Im Keller», le cantine degli austriaci: qui uno dei protagonisti custodisce un vero santuario nazista, con ritratti di Hitler alle pareti e cimeli del Terzo Reich, e brinda con gli amici della banda musicale sotto lo sguardo del Führer. Metafora sin troppo evidente del nazismo sepolto sotto una superficie di rispettabilità. Prima, era stato il corrosivo scrittore Thomas Bernhard ad accusare il suo Paese– con la pièce «Heldenplatz» – di non aver fatto mai i conti con l’antisemitismo. La prima, nel 1988, fu uno scandalo nazionale. Ma torniamo all’Italia. I nostalgici con i capelli rasati si muovono a Predappio tra l’ex casa del fascio e il cimitero di San Cassiano, dove si trova la cripta che conserva le spoglie di Mussolini e dei suoi familiari. Con tutti i rituali noti, i «Camerata Mussolini: Presente», i «Io non ho tradito. Onore al Duce» e via fascisteggiando. Ogni anno i visitatori nella cripta sono 70 mila. Nella casa natale di Mussolini, un edificio modesto, si è appena inaugurata la mostra «Predappio 100 – gli anni della fondazione: 1925-1929». La casa del fascio è un cantiere da anni e si discute se farne un museo. Con gli stessi timori austriaci. A nessuno, per ora, è venuto in mente di farne una stazione di polizia. Nel frattempo, ogni 28 aprile, anniversario della morte di Mussolini, i nostalgici calano su Predappio, planando sopra boschi di braccia tese. Nella tolleranza generale.
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