Lavoro tossico, Tom Cruise e Sydney Pollack ci avevano avvisato 30 anni fa: oggi le nostre prigioni sono figlie di quelle manette dorate

Trent'anni dopo la sua uscita, Il Socio di Sydney Pollack resta uno dei ritratti più lucidi mai fatti sulla trappola del "lavoro perfetto
Nasciamo, cresciamo, studiamo... Poi arriva quel momento, in tutte le nostre vite lavorative, in cui riceviamo o sogniamo di ricevere un’offerta che sembra scritta apposta per noi. Ma come potrebbero dire le nostre nonne: "non è tutto oro quel che luccica". Il Socio, il thriller del 1993 diretto da Sydney Pollack con un Tom Cruise ancora agli inizi della sua carriera, prende questo proverbio e lo trasforma in due ore e mezza di lezione di vita. Il film, che porta sul groppone tutti i suoi anni, racconta una storia che risulta più attuale di quanto vorremmo ammettere. Mitch McDeere è un giovane avvocato neolaureato ad Harvard con il massimo dei voti, corteggiato da diversi studi legali importanti. Sceglie un piccolo ma prestigioso studio di Memphis, il Bendini, Lambert & Locke, che gli propone un pacchetto talmente allettante da far sembrere ridicola qualunque altra offerta sul tavolo: stipendio altissimo, macchina nuova, villa in un quartiere tranquillo, debiti universitari saldati di punto in bianco. Tutto questo ancora prima ancora di aver messo anche solo un proprio alluce del piede in ufficio. Insomma, sulla carta si tratta del sogno americano confezionato e consegnato a domicilio. Ed è proprio qui, in questa generosità apparente e fuori dal comune, che il film comincia a seminare il primo dei suoi dubbi: perché uno studio così piccolo dovrebbe pagare così tanto un ragazzo che nessuno conosce ancora? Il socio che ti offre le manette dorate di allora e il sistema di molte multinazionali di oggi Gli economisti hanno un termine tecnico per descrivere quello che sta per succedere a Mitch: "golden handcuffs", manette dorate. Detto in parole povere: un pacchetto economico così vantaggioso da rendere psicologicamente impossibile andarsene, anche quando cominci a sentire puzza di bruciato. A pensarci bene – ma nemmeno troppo – è molto difficile licenziarsi da un lavoro che ti ha appena tolto ogni pensiero economico della tua intera esistenza – anche quando quel lavoro comincia a chiederti cose che non ti piacciono, anche quando ti accorgi che i tuoi colleghi più anziani sembrano tutti, in qualche modo, prigionieri dotati di una maschera di perfezione e gioia infinita (la citazione a Jovanotti è d’obbligo). Ed è esattamente questo meccanismo su cui Il Socio costruisce tutta la sua narrazione. Guardato oggi (il film è disponibile in streming su Netflix), questo lungometraggio funziona quasi come un manuale di autodifesa contro certe dinamiche del mondo del lavoro contemporaneo che abbiamo imparato a normalizzare senza nemmeno accorgercene. Pensate al "Big Law" americano, dove i neolaureati lavorano ottanta, novanta ore a settimana pur di non perdere un posto che li paga da capogiro; pensate alla finanza, alla consulenza strategica, a tutti quei settori che promettono stipendi impensabili in cambio di una disponibilità totale, di un attaccamento all’azienda che sconfina spesso nella dipendenza affettiva più che professionale. È praticamente lo stesso copione di Mitch McDeere, solo senza il crimine organizzato di mezzo. O almeno, si spera. Il patto che nessuno firma consapevolmente C’è qualcosa di quasi faustiano nella parabola di Mitch, un venire a patti con forze più grandi di lui in cambio di un benessere immediato e tangibile. Vendere l’anima al diavolo, si dice – ed è esattamente questo il baratto che lo studio Bendini, Lambert & Locke propone senza mai dirlo esplicitamente. Prendiamoci la tua vita, la tua libertà, la tua capacità di scegliere quando lavorare e quando smettere, e in cambio ti diamo tutto quello che hai sempre desiderato. Quello che rende questa dinamica così inquietante – e così ben scritta – è che nessuno firma mai consapevolmente un patto del genere. Non esiste una clausola che dica "in cambio della villa, rinuncerai alla tua libertà". Il patto si rivela pezzo dopo pezzo, come un puzzle che prende vita tassello dopo tassello, attraverso piccoli segnali che all’inizio sembrano dettagli trascurabili: un collega che non riesce mai a staccare davvero, uno sguardo troppo lungo di un socio anziano, una domanda alla quale nessuno vuole rispondere fino in fondo. È lo stesso identico meccanismo con cui milioni di persone, oggi come allora, si ritrovano incastrate in ambienti di lavoro tossici senza essersene accorte in tempo. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio: la famiglia è a casa, non in azienda C’è una frase che mi colpisce sempre quando si parla di grossi gruppi di lavoro: la famiglia. Nelle riunioni aziendali, durante i brainstorming, compaiono nell’aria ciclicamente concetti come: "dobbiamo essere compatti", "dobbiamo esserci l’uno per l’altro", dobbiamo fare sacrifici", "dobbiamo lavorare fino a tardi"... tutto in nome della "famiglia". La società per cui lavora Mitch, protagonista del film Il Socio, dietro la facciata di studio legale rispettabile, è in realtà una "famiglia" incaricata di dare un volto pulito ai traffici del crimine organizzato. In questo contesto va da sé che tutto il discorso è ancora più amplificato: diventa una storia sulla sorveglianza totale, sul controllo capillare che un’organizzazione può esercitare sulla vita privata di un dipendente quando quel dipendente sa troppo, o rischia di scoprire troppo. È interessante notare come, guardando il film oggi, quello che nel 1993 sembrava fantascienza da spy-thriller – microspie in ogni stanza, pedinamenti, dossier segreti su ogni singolo dipendente – oggi sia normale amministrazione in moltissimi uffici, solo con strumenti diversi: software che tracciano ogni email, ogni minuto di inattività al computer, ogni battitura sulla tastiera. Mitch lo impara sulla propria pelle, e nel modo più duro possibile. Ma la vera domanda che il film pone, e che resta valida decenni dopo, è: quanti di noi accetterebbero comunque quel patto, sapendo fin dall’inizio cosa comporta, pur di non tornare alla vita di sacrifici da cui provengono? Il Socio? C’è di meglio ma il cast è eccezionale Va detto, a scanso di equivoci, che Il Socio non è un capolavoro assoluto: la trama, sull’arco delle due ore e mezza, si concede più di qualche giro a vuoto, e alcuni snodi risultano oggi un po’ prevedibili per chi ha visto decine di thriller legali nati sulla scia del suo successo. Ma il cast è eccezionale, a partire da Gene Hackman, che nei panni del mentore Avery Tolar costruisce uno dei personaggi più ambigui e affascinanti del film. Lui è mai del tutto amico, mai del tutto nemico, sempre in bilico su quel filo sottile che separa la protezione paterna dalla manipolazione più fredda e calcolata. Ogni mentore tossico della storia del cinema – e della vita reale – condivide questa stessa ambiguità di fondo: ti aiuta davvero, in certi momenti, e proprio per questo diventa più difficile riconoscere quando smette di farlo. Non va dimenticato nemmeno il piccolo, straordinario contributo di Holly Hunter, che con appena cinque minuti di presenza sullo schermo ottenne comunque una candidatura all’Oscar come miglior attrice non protagonista – una delle interpretazioni più brevi mai premiate con una nomination nella storia del cinema Il film che ha aperto un intero genere, e il perché di quel successo Il Socio segna anche l’esordio cinematografico di John Grisham, dopo il quale i suoi romanzi sono diventati sempre più spesso materiale per adattamenti al cinema, aprendo di fatto un intero filone di thriller giudiziari che ha dominato buona parte degli anni Novanta. Al botteghino americano il film incassò 25,4 milioni di dollari nel primo weekend, per un totale di 153 milioni di dollari in undici settimane di programmazione, un risultato che dice molto su quanto il pubblico dell’epoca fosse già pronto ad appassionarsi a queste storie di ambizione, potere e disillusione vestite da legal thriller. E forse il vero motivo di quel successo non era tanto la suspense in sé, quanto il fatto che milioni di spettatori, negli anni Novanta come oggi, si riconoscevano in quel desiderio elementare di riscatto economico che muove Mitch fin dalla prima scena. Se lo si guarda oggi, senza la lente della semplice nostalgia per il giovane Tom Cruise agli inizi della carriera, Il Socio funziona quasi come una parabola anticipatrice: racconta, con trent’anni di anticipo, il disagio che oggi chiamiamo burnout, la trappola dorata di certi lavori "da sogno" che finiscono per divorare ogni altro aspetto della vita, la difficoltà quasi impossibile di riconoscere il momento esatto in cui un’opportunità straordinaria si è trasformata in una gabbia. Non è un caso che negli ultimi anni si sia parlato tanto di fenomeni come il "quiet quitting" – il fare esattamente quanto richiesto, non un minuto di più, come forma di resistenza silenziosa – o delle grandi ondate di dimissioni volontarie che hanno attraversato interi settori dopo la pandemia. Sono, in fondo, le versioni pacifiche e meno cinematografiche della stessa ribellione che Mitch McDeere mette in scena in modo molto più estremo, con l’FBI, la mafia e Gene Hackman di mezzo. Cambiano gli strumenti e le epoche, ma la domanda è sempre la stessa: quanto della propria libertà siamo disposti a cedere in cambio della sicurezza economica, e a partire da quale punto quella cessione smette di essere un compromesso ragionevole e diventa qualcosa di molto più simile a una prigionia? Chi ama il genere troverà pane per i suoi denti.
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