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Le risposte che la polizia deve dare (prima della magistratura) sulla morte di Abderrahim Fakir

Le risposte che la polizia deve dare (prima della magistratura) sulla morte di Abderrahim Fakir

La tragica fine a Bologna di Abderrahim Fakir il 19 luglio durante un fermo di polizia dev'essere ancora chiarita nei suoi dettagli: l'inchiesta è appena agli inizi ed è giusto aspettare l'autopsia e l'esame di tutti i materiali prima di esprimere giudizi definitivi. Tuttavia è lecito, perfino doveroso, esplicitare i dubbi e le domande che scaturiscono dalla visione del drammatico filmato realizzato da un residente. La fine di Fakir, diciamolo subito, evoca i casi di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini anche loro morti per strada durante fermi di polizia -il primo a Ferrara nel 2005, il secondo nel 2014 a Firenze- e la terribile vicenda di George Floyd, la cui agonia, il 20 maggio 2020 a Minneapolis, durò nove lunghi minuti e fu ripresa da una passante. Il "basta, aiuto" di Abderrahim Fakir risuona sinistramente come l'"I can't breathe", non respiro, di George Floyd. Chiediamo e ci chiediamo, innanzitutto, perché si continui a usare la tecnica di immobilizzazione mostrata dal filmato di Bologna, con il fermato schiacciato a terra e gli operatori che gli serrano le mani dietro la schiena mentre si appoggiano e spingono per fermare le sue escandescenze. Siamo o no di fronte in questo caso -lo chiediamo alle forze di polizia- alla tecnica detta del "ginocchio sul collo"? È una tecnica nota per la sua pericolosità, a causa dell'alto rischio di soffocamento, specie su persone con problemi respiratori o cardiaci, impossibili da conoscere sul momento. È questa -chiediamo agli esperti che sicuramente sovrintendono le scelte e attività di formazione delle polizie - la tecnica più appropriata per calmare una persona che appare in forte stato di alterazione? Sì o no? La Corte europea per i diritti umani ha condannato l'Italia nel gennaio 2026 a risarcire la famiglia per la morte di Riccardo Magherini , avendo giudicato non necessaria la tecnica di immobilizzazione utilizzata e carente la formazione degli operatori. La sentenza è passata sotto silenzio e nessuno si è sentito in obbligo di offrire chiarimenti. Ora il filmato sulla fine di Fakir impone di ribadire la richiesta di pubbliche spiegazioni. E di aggiungere altre due domande: perché le forze di polizia sono così poco trasparenti, così restie a far conoscere le proprie regole di ingaggio, le proprie scelte? Perché hanno tanta difficoltà a ragionare in pubblico delle loro scelte e dei loro eventuali errori? Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri "Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova", “Noi della Diaz”, “Parole sporche” e “Un’altra memoria” © riproduzione riservata L'articolo Le risposte che la polizia deve dare (prima della magistratura) sulla morte di Abderrahim Fakir proviene da Altreconomia .

Le risposte che la polizia deve dare (prima della magistratura) sulla morte di Abderrahim Fakir La terribile morte dell’uomo durante un fermo a Bologna il 19 luglio impone riscontri da parte delle forze di polizia, al di là delle indagini. Dalla tecnica di immobilizzazione alla formazione “impartita” agli agenti fino alla scarsa trasparenza sulle regole di ingaggio. Sono le stesse domande rimaste inevase dopo la condanna della Cedu, nel gennaio di quest’anno, per la morte di Riccardo Magherini a causa proprio del “ginocchio sul collo”. L’intervento di Lorenzo Guadagnucci La tragica fine a Bologna di Abderrahim Fakir il 19 luglio durante un fermo di polizia dev’essere ancora chiarita nei suoi dettagli: l’inchiesta è appena agli inizi ed è giusto aspettare l’autopsia e l’esame di tutti i materiali prima di esprimere giudizi definitivi. Tuttavia è lecito, perfino doveroso, esplicitare i dubbi e le domande che scaturiscono dalla visione del drammatico filmato realizzato da un residente. La fine di Fakir, diciamolo subito, evoca i casi di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini anche loro morti per strada durante fermi di polizia -il primo a Ferrara nel 2005, il secondo nel 2014 a Firenze- e la terribile vicenda di George Floyd, la cui agonia, il 20 maggio 2020 a Minneapolis, durò nove lunghi minuti e fu ripresa da una passante. Il “basta, aiuto” di Abderrahim Fakir risuona sinistramente come l'”I can’t breathe”, non respiro, di George Floyd. Chiediamo e ci chiediamo, innanzitutto, perché si continui a usare la tecnica di immobilizzazione mostrata dal filmato di Bologna, con il fermato schiacciato a terra e gli operatori che gli serrano le mani dietro la schiena mentre si appoggiano e spingono per fermare le sue escandescenze. Siamo o no di fronte in questo caso -lo chiediamo alle forze di polizia- alla tecnica detta del “ginocchio sul collo”? È una tecnica nota per la sua pericolosità, a causa dell’alto rischio di soffocamento, specie su persone con problemi respiratori o cardiaci, impossibili da conoscere sul momento. È questa -chiediamo agli esperti che sicuramente sovrintendono le scelte e attività di formazione delle polizie– la tecnica più appropriata per calmare una persona che appare in forte stato di alterazione? Sì o no? La Corte europea per i diritti umani ha condannato l’Italia nel gennaio 2026 a risarcire la famiglia per la morte di Riccardo Magherini, avendo giudicato non necessaria la tecnica di immobilizzazione utilizzata e carente la formazione degli operatori. La sentenza è passata sotto silenzio e nessuno si è sentito in obbligo di offrire chiarimenti. Ora il filmato sulla fine di Fakir impone di ribadire la richiesta di pubbliche spiegazioni. E di aggiungere altre due domande: perché le forze di polizia sono così poco trasparenti, così restie a far conoscere le proprie regole di ingaggio, le proprie scelte? Perché hanno tanta difficoltà a ragionare in pubblico delle loro scelte e dei loro eventuali errori? Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova”, “Noi della Diaz”, “Parole sporche” e “Un’altra memoria” © riproduzione riservata

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