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L'intervista a Gabrielli: «La politica alimenta la paura, si rischia il Far West. Sicurezza tema di tutti: sinistra spesso timida»

L'intervista a Gabrielli: «La politica alimenta la paura, si rischia il Far West. Sicurezza tema di tutti: sinistra spesso timida»

Il curriculum spiega già tutto: è stato direttore del Sisde e dell?Aisi, prefetto di Roma, capo della Protezione civile e della Polizia, poi a Palazzo Chigi col governo Draghi...

Il curriculum spiega già tutto: è stato direttore del Sisde e dell’Aisi, prefetto di Roma, capo della Protezione civile e della Polizia, poi a Palazzo Chigi col governo Draghi da sottosegretario e da Autorità delegata per la sicurezza. Franco Gabrielli ora teorizza un “manifesto per la sicurezza democratica”, mai così attuale. Gabrielli, le cronache di questi giorni aderiscono perfettamente a quanto lei e Bonini scrivete nel vostro libro: il format della paura, il tema della sicurezza affidato alle “curve” di destra e sinistra e non a politiche pubbliche di lungo respiro, la continua ricerca di un nemico, le soluzioni semplici a problemi complessi. È una spirale dalla quale rischiamo di non uscire più? «È la sintesi del nostro tempo: l'allergia a vivere la complessità, cercando la semplificazione pur cogliendone il carattere effimero. Nel libro avviamo la nostra “narrazione” con tre frasi, una delle quali è di Christa Wolf: “Non c'è menzogna troppo grossolana a cui la gente non crede, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci”. È questo il tema più preoccupante di una politica non più capace di leggere la realtà complessa e di fornire soluzioni e visioni, e invece continuamente schiacciata su follower, pancia, istinti, sondaggi». Il caso Roggero è emblematico. E la reazione di una parte del Paese, assecondata dalla politica, deve far riflettere. «Una vicenda emblematica ma non tanto perché la gente è ovviamente impaurita e si identifica con l'aggredito: ciò che preoccupa è il comportamento della politica. E, in questo caso, di un leader di un partito che ha definito la norma sulla quale i giudici hanno dovuto inevitabilmente decidere su Roggero, norma che ora vorrebbe sconfessare». Ora c'è l'ipotesi di revisione della legittima difesa, che sarebbe sempre e comunque possibile. Perplessità anche nel centrodestra. Lei cosa ne pensa? «Questa modalità di allargamento del raggio d'azione presuppone un arretramento: lo Stato, che dovrebbe essere il titolare esclusivo dell'esercizio della forza a tutela dei cittadini, prende atto che non è in grado di farlo e delega. Peraltro non c'è solo l'affermazione di un fallimento, ma anche una maggiore esposizione dei cittadini al pericolo: il delinquente a quel punto, non sapendo dall'altra parte cosa lo aspetta, non si presenterebbe più con la pistola giocattolo. Un'apparente modalità di tutela finisce per essere altro. È un piano inclinato: le rapine diventeranno tentati omicidi e i tentati omicidi diventeranno omicidi. Eppure, questo Paese dovrebbe andare fiero dell'indice omicidiario: una volta tanto nelle classifiche europee abbiamo un primato invidiabile, con mezzo omicidio ogni 100mila abitanti a fronte di una media europea di uno ogni 100mila. La logica oggi proposta porterà invece al Far West». Numeri e percezione, il binario è sempre doppio però. I primi non descrivono un Paese insicuro. Ma la “sicurezza avvertita” da parte dei cittadini restituisce un quadro preoccupante. Non dovrebbe avere un peso? «Alcune minacce sono più diffuse, o alcune condizioni espongono le persone a maggiore insicurezza. Il punto è sempre uno: non si possono offrire soluzioni salvifiche con effetto placebo. Bisogna lavorare su due piani, il primo è quello degli effetti: la ricetta dovrebbe essere un potenziamento del controllo del territorio, che non si ottiene con questa vagheggiata e bulimica assunzione di personale, ma attraverso un effettivo coordinamento, e mettendo in campo strategie impegnative descritte nel libro. L'altro piano è quello delle cause: agire solo sulla leva penale non produce risultati, questo profluvio di decreti non ha inciso. Anche gli ultimi episodi indicano quanto sia fondamentale lavorare sulle cause, a cominciare dalle condizioni di psicolabilità, molto spesso caricate interamente sulle forze di polizia con responsabilità e compiti che diventano vera e propria supplenza». Nasce da lì il cortocircuito che si è innescato a Bologna, fino alla morte di Fakir? «È un caso ancora troppo fresco per poter esprimere dei giudizi. Il cosiddetto “contenimento” è una delle modalità più delicate per un operatore di polizia, occorre grande professionalità: ci sono molte variabili e dovrebbero a tutti consigliare giudizi più ponderati. Di certo vedo che uno degli agenti ha preventivamente attivato la body cam: spesso è ingiusta la rappresentazione dell'operatore di polizia come un repressore in servizio permanente effettivo, è una lettura che inquina il dibattito». Ma che idea s'è fatto di quanto accaduto a Bologna, sulla base degli elementi acquisiti? «Non dispongo di elementi, aspetterei maggiori approfondimenti. Di sicuro però ci sono due atteggiamenti dai quali rifuggo: l'assoluzione e la condanna preventive, due modalità tipiche del nostro tempo. Da una parte c'è chi ritiene che le forze di polizia non sbagliano mai, e dall'altra chi sostiene a prescindere il contrario, come se le forze di polizia fossero l'espressione più truce della repressione. È un lavoro delicato, complicato ed esposto a rischi, e la vera forza non sta nel negare l'errore, ma nel correggerlo. Se continueremo con l'atteggiamento da “curve”, accentueremo le lacerazioni». E la coda di disordini in piazza a Bologna era forse prevedibile? Il sindaco ha delle responsabilità? «Credo che la sua intenzione fosse quella di governare delle pulsioni, purtroppo può accadere che gli esiti non siano quelli sperati. In democrazia dare voce a tutti è sempre una cosa ben accetta, ma la violenza va sempre condannata e bandita, senza mai porsi con atteggiamento anche lontanamente giustificativo». Nel libro ci sono due concetti cardine: il rapporto tra sicurezza e libertà, che non dovrebbero mai essere in conflitto e viceversa oggi passa l'idea che per garantire la prima bisognerebbe cedere pezzi della seconda; e la sicurezza come diritto dei più deboli. Pilastri che sfuggono anche a sinistra. «Questi passaggi sono l'essenza della “sicurezza democratica”, precondizione di ogni diritto e libertà e non limite a quest'ultima. Una società democratica non può prescindere dalla sicurezza e la sicurezza non può prescindere dalla libertà. Ogni altro baratto è uno scambio fraudolento: pensare di cedere pezzi di libertà per ottenere sicurezza è il vero pericolo. Ma la tirata di orecchie è anche alla sinistra: negli ultimi anni l'atteggiamento sul tema è stato nella migliore delle ipotesi timido, considerando la sicurezza solo nella sua declinazione securitaria, quando invece i maggiori fruitori di un'accresciuta sicurezza sono proprio le persone che non possono permettersela. Del resto, nei quartieri più popolari c'è un arretramento delle forze politiche che un tempo rappresentavano quella parte di società. Viceversa, i temi della sicurezza, nella Prima Repubblica, erano ben incarnati dal Pci». E in che modo il centrosinistra dovrebbe riappropriarsi della priorità sicurezza? «Mettendola al vertice dell'agenda, non limitandosi a denunciare le inefficienze della ricetta del centrodestra, ma proponendo alternative per affermare il concetto di “sicurezza democratica”. Nel libro avanziamo proposte». A proposito di immigrazione, qualsiasi approccio finora non ha dato grandi risultati, innescando una specie di competizione tra fasce deboli. «Nel libro indichiamo tre assi e dieci mosse, immaginando anche una modifica dell'architettura di governo, con un ministero ad hoc che tenga insieme i tre pilastri: flussi leciti, rimpatri in collaborazione con i Paesi d'origine e integrazione. Quest'ultima è centrale: nel nostro Paese non è stata mai avviata una seria, strutturata politica d'integrazione, che dovrebbe essere non una modalità solidaristica, ma un investimento strategico, soprattutto in un Paese come il nostro che di stranieri ha bisogno, alla luce dell'inverno demografico». Trasversale ai territori, anche in Puglia, è il tema della gestione quotidiana dell'ordine pubblico nelle città. Lei boccia le zone rosse e il continuo ricorso a decreti sull'onda della cronaca. Basterebbe rimpolpare gli organici di polizia? «Il tema della prossimità è fondamentale e implica un modo diverso di organizzare l'attività delle forze di polizia sul territorio, senza affidarsi alla libera iniziativa dei singoli. C'è continuamente la corsa ad avere più poliziotti e carabinieri: il problema è quantitativo, perché il governo parla di assunzioni ma non spiega quanti operatori sono in uscita, ma pure qualitativo, perché si restringono in modo preoccupante i periodi di formazione». Il suo nome è associato al Viminale in un eventuale governo di centrosinistra, ma qualcuno la indica persino come federatore del campo largo: candidato premier, e chi meglio di lei per rassicurare gli elettori sul fronte sicurezza? Il libro è un manifesto programmatico. «Nel mio percorso ho avuto occasione di gestire potere, e mi sono sempre posto nell'ottica di fare qualcosa e non di essere qualcuno. È la mia filosofia di vita. A me ora interessa che quanto espresso fin qui e nel libro diventi patrimonio volendo anche di uno schieramento, chi sia poi l'interprete, il frontman o frontwoman a me interessa il giusto. Anzi, vedo che ci si attarda sui nomi, non avendo minimamente chiaro qual è lo schema di gioco».

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