L’odissea del precariato a Pesaro. Dopo 33 contratti a tempo il giudice: “Assumetelo”

Vittoria in tribunale per un operaio 40enne dell’entroterra della provincia. Nella stessa azienda lavorava la consorte, ma per lei l’esito è stato diverso: “La vicenda è iniziata nel 2016, è stata dura per anni. Grande senso di ingiustizia”
Pesaro, 2 agosto 2026 – Trentatré contratti , quasi sette anni sempre nella stessa fabbrica e poi il lavoro che finisce. Ora, almeno per lui, arriva la fine di una lunga odissea di precariato: il Tribunale di Pesaro ha stabilito che il rapporto di un operaio con l’azienda dove aveva lavorato dal 2016 deve essere considerato a tempo indeterminato fin dall’inizio. Dentro questa storia ce n’è però un’altra: nella stessa fabbrica lavorava anche sua moglie, con un percorso molto simile. Una coppia che per anni ha condiviso non solo la vita familiare, ma anche la stessa incertezza sul lavoro. La vicenda comincia nel marzo 2016. L’uomo , un 40enne italiano residente nell’entroterra di Pesaro , entra in un’azienda della zona che produce testate per letti. Non viene assunto direttamente, ma lavora attraverso un’agenzia. Nei primi anni accumula 33 contratti a termine. Dal marzo 2016 al gennaio 2019 sono 881 gio rni complessivi. Poi l’agenzia lo assume a tempo indeterminato, ma per lui cambia poco: continua a lavorare sempre nello stesso stabilimento fino al luglio 2023. È questa lunga continuità ad aver convinto il giudice del lavoro. Il Tribunale ha considerato il numero dei contratti, la durata complessiva e il fatto che l’uomo fosse impiegato stabilmente nella stessa realtà produttiva. Nel suo caso, secondo il giudice, era stato superato il confine di una situazione realmente temporanea. Il Tribunale ha quindi dichiarato costituito un rapporto di lavoro a tempo indeterminato direttamente con l’azienda fin dall’inizio della somministrazione e ha riconosciuto otto mensilità di risarcimento. L’operaio inoltre sosteneva di aver svolto per anni mansioni superiori rispetto al livello formale attribuito. Dalle testimonianze è emerso che era l’unico addetto all’incollaggio, lavorava con autonomia e, quando veniva affiancato da altri operai nei picchi di produzione, era lui a dare le indicazioni. Il Tribunale gli ha riconosciuto un livello superiore e altri 9.114,90 euro tra differenze retributive e Tfr . “Sono marito e moglie e hanno lavorato entrambi nella stessa azienda con modalità molto simili – racconta l’avvocato Luca Morena , che li assiste insieme al collega Roberto Pierelli –. Prima è entrata lei, poi lui. È stata una lunga odissea di precariato, durata per tantissimi anni”. Per l’uomo la situazione si sarebbe complicata anche per problemi di salute. “Aveva problemi ortopedici importanti – spiega Morena – e faceva presente le difficoltà legate alle mansioni che svolgeva. A un certo punto l’azienda ha deciso di non proseguire più la sua attività nello stabilimento e lo ha rimandato all’agenzia di somministrazione”. Poco dopo anche la moglie ha smesso di lavorare nella stessa azienda. “Quando il marito ha impugnato i contratti – riferisce Morena – anche alla moglie è stato riservato un trattamento analogo. La loro situazione economica e familiare è stata messa seriamente in difficoltà”. Per lei, però, il Tribunale è arrivato a una conclusione diversa. Non ha riconosciuto il rapporto diretto a tempo indeterminato con l’azienda, ma soltanto alcune differenze retributive per settembre e ottobre 2023. “È sicuramente una soddisfazione, non soltanto economica ma anche morale – conclude Morena –. Hanno vissuto questa vicenda con un forte senso di ingiustizia. Ci sono però alcuni punti della sentenza che non condivido: valuteremo con i clienti se fare appello”.
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