Massimiliano Gallo, due premi al Lamezia Film Fest: "I no sono più importanti dei sì"

Massimiliano Gallo riceve due riconoscimenti al Lamezia International Film Fest 2026 e racconta La salita, il suo esordio alla regia. Eduardo De Filippo a Nisida, Mariano Rigillo che evoca senza imitare, la bellezza come possibilità di riscatto e il teatro contro ogni approssimazione. Poi gli inizi con Carlo Croccolo, la chiamata di Paolo Sorrentino e il consiglio ai giovani attori: studiare, resistere e imparare che «i no sono più importanti dei sì»
Massimiliano Gallo riceve due riconoscimenti al Lamezia International Film Fest 2026 e racconta La salita, il suo esordio alla regia. Eduardo De Filippo a Nisida, Mariano Rigillo che evoca senza imitare, la bellezza come possibilità di riscatto e il teatro contro ogni approssimazione. Poi gli inizi con Carlo Croccolo, la chiamata di Paolo Sorrentino e il consiglio ai giovani attori: studiare, resistere e imparare che «i no sono più importanti dei sì» Massimiliano Gallo, l’arte di salire a piedi Ci sono carriere che somigliano a un ascensore: si preme un bottone e si aspetta. Quella di Massimiliano Gallo somiglia piuttosto a una salita, di quelle che si affrontano un tornante alla volta, con il fiato corto e la certezza che nessuno verrà a prenderti in macchina. Non a caso il suo esordio alla regia si intitola proprio La salita: perché, parola sua, «le cose te le devi conquistare, nessuno te le regala». Sicché il Lamezia International Film Fest, nella serata conclusiva di sabato 18 luglio alla piazzetta San Domenico, gli ha consegnato non uno ma due riconoscimenti. Il Premio Ligeia 2026 “Protagonisti del cinema contemporaneo”, “per aver saputo rinnovare con intelligenza e originalità la grande tradizione artistica partenopea”. E il Premio Paolo Villaggio 2026, l’unico riconosciuto dalla famiglia dell’attore, “per la straordinaria capacità di raccontare le nevrosi, le fragilità e le contraddizioni dell’uomo contemporaneo con dissacrante malinconia”. Al festival Gallo ha presentato La salita, proiettato nel 2025 alle Giornate degli Autori, nello spazio #confronti, e arrivato nelle sale il 9 aprile 2026 con Fandango: la storia, ispirata a fatti reali, del laboratorio teatrale che Eduardo De Filippo, senatore a vita ormai alla fine del suo cammino, volle regalare ai ragazzi del carcere minorile di Nisida nella Napoli del 1983, mentre dal femminile di Pozzuoli, reso inagibile dal bradisismo, arrivavano le detenute. Lo abbiamo incontrato per parlare di titoli scartati, di attori che evocano senza imitare, di bellezza salvifica e di no più importanti dei sì. «La salvezza è una scelta di cui prendersi la responsabilità» Perché ha scelto proprio il titolo La salita? Massimiliano Gallo: «All’inizio il film si chiamava L’isola delle donne, ma non ci è mai piaciuto. E soprattutto non c’entrava più niente con quello che volevamo raccontare: la prima versione era ambientata nella Nisida di oggi, poi Riccardo Brun ha riscritto il soggetto e la storia è diventata un’altra. La salita ci dava l’idea di una cosa che conquisti con fatica, come quelle lunghe camminate che alla fine ti lasciano il senso dell’appagamento di esserci riuscito. Volevamo raccontare che le cose te le devi conquistare, che nessuno te le regala. Il film non vuole essere consolatorio: se fai una scelta di salvezza, è una scelta di cui ti prendi la responsabilità. Alla pari di quando scegli di non salvarti». Nessuna redenzione in saldo, dunque. A Nisida la salvezza non è un premio di consolazione distribuito dalla sceneggiatura, ma una possibilità faticosa, da scegliere e sostenere un passo dopo l’altro. Mariano Rigillo è Eduardo: «L’ha introitato, non l’ha replicato» Mettere in scena Eduardo De Filippo era rischiosissimo. Con Mariano Rigillo non c’è mai imitazione: come ci siete riusciti? Massimiliano Gallo: «Era rischiosissimo davvero, perché parliamo dell’Eduardo di fine vita. Mariano era la nostra unica salvezza, e ha fatto un lavoro straordinario. La prima cosa che mi chiese fu: “Che faccio?”. Gli risposi: “No, fai Mariano che interpreta Eduardo”. E secondo me la chiave l’ha trovata proprio lì: non ha replicato la voce, l’ha replicato nei gesti, nell’essere. L’ha introitato, ma non l’ha replicato». «Introitare, non replicare»: si potrebbe fondare una scuola di recitazione su queste tre parole. L’imitazione è tassidermia, l’evocazione è una seduta spiritica riuscita: Rigillo non indossa la maschera di Eduardo, si limita a lasciargli la porta socchiusa. Nisida dopo Mare fuori, senza ripeterne l’immaginario Ambientare il film a Nisida dopo il successo di Mare fuori è stata una scelta coraggiosa. Massimiliano Gallo: «Proprio per questo, quando mi proposero la cosa, all’inizio dissi che non mi interessava. E non mi interessava nemmeno raccontare quella roba lì». Detto da uno che di Mare fuori è uno dei volti, la frase pesa il doppio. Gallo conosce quell’immaginario da attore e ha scelto di rovesciarlo da regista: stessa ispirazione geografica, ma un’altra epoca, un altro linguaggio, un’altra idea di riscatto. «Gli attori di teatro al cinema? Dire che devono fare di meno è una cazzata» Ha scelto molti attori di teatro. Spesso però si dice che al cinema il teatro debba “fare un po’ di meno”... Massimiliano Gallo: «È una cazzata. Molti registi dicono “no, però di meno, di più, di meno”. Ragazzi: pensate a Helen Mirren, a Dustin Hoffman. Quella dell’attore di teatro come categoria a parte è un’invenzione italiana. All’estero sono tutti attori formati: diplomati o formati a teatro, sanno fare tutto. Quando Hugh Jackman presentò gli Oscar ballava, faceva il tip-tap. Sono preparati. Questo è l’unico Paese dove puoi dire “io non faccio teatro”, perché c’è tanta approssimazione. C’è stato l’equivoco del neorealismo: non si è capito che il neorealismo non solo è stato un periodo, ma l’hanno fatto dei geni. Non è che chiunque può prendere uno per strada e farlo recitare. Oggi può farlo Garrone, che ha una poetica talmente alta da portare tutto in cielo. Ma l’idea di prendere uno simpatico, uno di strada, l’animatore del villaggio, è tutta una cosa nostra». Ecco la stoccata della serata, pronunciata con il sorriso di chi ha calcato le tavole del palcoscenico da quando era bambino. Il teatro non è un difetto di fabbrica da correggere in post-produzione: è la palestra dove si impara a fare tutto, tip-tap compreso. «Fare il regista è più appagante che fare l’attore» Perché ha scelto proprio questa storia per debuttare dietro la macchina da presa? Massimiliano Gallo: «A dire la verità, ho sempre pensato di scrivere una commedia: un film un po’ on the road, che facesse ridere, con una comicità più malinconica. Quando Riccardo mi propose la prima volta il soggetto dissi subito di no, non era una cosa mia. Poi me lo ha riproposto, c’era Eduardo, e mi è sembrata una bella storia da raccontare. Dalla terza stesura sono entrato in sceneggiatura: ormai era già un’altra storia». Rifarebbe l’esperienza della regia? Massimiliano Gallo: «È più appagante. Quando fai il film da attore ti fai una tua regia mentale, ma è una proiezione di quello che vorresti. Quando passi dall’altro lato capisci che il racconto autoriale è del regista: se dai la stessa sceneggiatura a dieci registi diversi, escono dieci film diversi. All’inizio non sapevo niente: mi chiamavano per la riunione con la scenografia, “di che colore vuoi i muri?”. Perché anche quello è una scelta. È più faticoso, ma molto più appagante». «Di che colore vuoi i muri?»: nessuna scuola di cinema prepara alla vertigine di quella domanda. La regia è questo: scoprire che perfino l’intonaco è drammaturgia, e che da quel momento non esistono più dettagli innocenti. La bellezza, l’amore e un madrigale dietro le sbarre Come si inseriscono elementi di finzione in una storia vera? Massimiliano Gallo: «È molto complicato. Avevamo tanta roba: arrivano le detenute da Pozzuoli, c’è la storia tra il ragazzo e lei, c’è tutto il teatro, c’è Eduardo. La mia paura era che diventasse un polpettone incomprensibile. Quindi abbiamo limato tanto la sceneggiatura e ho cercato di tenere la linea che volevo raccontare: da una parte la bellezza che diventa salvifica, dall’altra una storia d’amore. Gliel’ho fatta recitare e vivere così. Quando ho chiesto a Enzo Avitabile di firmare le musiche, per la scena in cui i due stanno dietro la grata di ferro gli ho fatto scrivere un madrigale: per me è come se stessero facendo Shakespeare». Due ragazzi divisi da una grata, un madrigale, Shakespeare evocato tra le mura di un carcere: Romeo e Giulietta non abitano più a Verona: si incontrano a Nisida, separati non da un balcone, ma dalle sbarre. Gli inizi professionali nella compagnia di Carlo Croccolo Ha sempre voluto fare l’attore? Massimiliano Gallo: «Dalla notte dei tempi. L’ho sempre fatto, fin da piccolo. Poi avevo un accordo: dovevo finire il liceo. Finito il liceo mi sono iscritto a Lettere moderne, ma davo due esami l’anno per non andare a fare il militare. Intanto stavo già lavorando con Carlo Croccolo». E qui la vita chiude un cerchio che nessuno sceneggiatore avrebbe osato scrivere: Carlo Croccolo fu tra gli attori che Eduardo volle accanto a sé nell’avventura teatrale di Nisida, la stessa che Gallo ha raccontato nel suo primo film da regista. Il giovane attore che, dopo il liceo, entrò nella compagnia di Croccolo ha raccontato quarant’anni dopo la storia alla quale il suo maestro aveva partecipato davvero. «I no sono più importanti dei sì» C’è qualcosa che non rifarebbe? Massimiliano Gallo: «Ci sono delle cose brutte, non tante: due film e una cosa per la televisione, bruttarelli, che probabilmente potevo non fare. Però alla fine è tutta esperienza: capisci che i no sono più importanti dei sì». Che consiglio darebbe a un giovane attore? Massimiliano Gallo: «Devono studiare tantissimo, essere preparatissimi, non avere l’idea dell’approssimazione. Non si rendono conto che da una parte è una carriera complicatissima, dall’altra che i set, per mancanza di budget, vanno sempre più veloci: il regista ha pochissima pazienza, non ha tempo. È un lavoro da fare a tre condizioni: se hai l’esigenza di raccontarti in quel modo, se hai una passione infinita, perché non ha orari e non ha una forma di vita, e se hai la preparazione. Ho incontrato per un workshop ragazzi che avevano già fatto due anni di corsi: attori che non leggono i testi teatrali, che non conoscono il repertorio, che non vedono il cinema. Molti vogliono solo la visibilità, essere riconosciuti: non c’entra niente con l’arte». Esigenza, passione e preparazione: le tre condizioni indicate da Gallo. Chi cerca soltanto la visibilità ha sbagliato bottega, perché questo mestiere non regala nulla. Gli inizi professionali nella compagnia di Carlo Croccolo Ha sempre voluto fare l’attore? Massimiliano Gallo: «Dalla notte dei tempi. L’ho sempre fatto, fin da piccolo. Poi avevo un accordo: dovevo finire il liceo. Finito il liceo mi sono iscritto a Lettere moderne, ma davo due esami l’anno per non andare a fare il militare. Intanto stavo già lavorando con Carlo Croccolo». E qui la vita chiude un cerchio che nessuno sceneggiatore avrebbe osato scrivere: Carlo Croccolo fu tra gli attori che Eduardo volle accanto a sé nell’avventura teatrale di Nisida, la stessa che Gallo ha raccontato nel suo primo film da regista. Il giovane attore che, dopo il liceo, entrò nella compagnia di Croccolo ha raccontato quarant’anni dopo la storia alla quale il suo maestro aveva partecipato davvero. «I no sono più importanti dei sì» C’è qualcosa che non rifarebbe? Massimiliano Gallo: «Ci sono delle cose brutte, non tante: due film e una cosa per la televisione, bruttarelli, che probabilmente potevo non fare. Però alla fine è tutta esperienza: capisci che i no sono più importanti dei sì». Che consiglio darebbe a un giovane attore? Massimiliano Gallo: «Devono studiare tantissimo, essere preparatissimi, non avere l’idea dell’approssimazione. Non si rendono conto che da una parte è una carriera complicatissima, dall’altra che i set, per mancanza di budget, vanno sempre più veloci: il regista ha pochissima pazienza, non ha tempo. È un lavoro da fare a tre condizioni: se hai l’esigenza di raccontarti in quel modo, se hai una passione infinita, perché non ha orari e non ha una forma di vita, e se hai la preparazione. Ho incontrato per un workshop ragazzi che avevano già fatto due anni di corsi: attori che non leggono i testi teatrali, che non conoscono il repertorio, che non vedono il cinema. Molti vogliono solo la visibilità, essere riconosciuti: non c’entra niente con l’arte». Esigenza, passione e preparazione: le tre condizioni indicate da Gallo. Chi cerca soltanto la visibilità ha sbagliato bottega, perché questo mestiere non regala nulla. La chiamata di Paolo Sorrentino: «Devi fare il film con me» Com’è stato il set di È stata la mano di Dio? È un film che ho amato moltissimo: lo vidi quando mio padre era mancato da poco. Massimiliano Gallo: «Un ricordo bellissimo. Con Paolo ho la fortuna di avere un rapporto in cui ogni tanto ci restituiamo un po’ di stima, anche tramite altre persone, quando non ci incontriamo. Mi aveva chiamato per una cosa, poi mi mandò un messaggio: “Devi fare il film con me”. Per me è stato un grande orgoglio, perché ho pensato che per quella storia, così intima, avesse chiamato un po’ di amici di cui si fidava. Amici non perché ci frequentiamo, ma a livello lavorativo. E questo mi ha reso molto orgoglioso». Nella memoria di Gallo, quella chiamata somiglia a un appello degli affetti: per il film più intimo della sua carriera, Sorrentino cercava anche volti dei quali potersi fidare. Ed essere in quell’elenco, per un attore, vale più di qualsiasi premio. O quasi: la sirena Ligeia e il sorriso di Villaggio, adesso, fanno la loro bella figura sulla mensola. La chiamata di Sorrentino: «Devi fare il film con me» Com’è stato il set di È stata la mano di Dio? È un film che ho amato moltissimo: lo vidi quando mio padre era mancato da poco. Massimiliano Gallo: «Un ricordo bellissimo. Con Paolo ho la fortuna di avere un rapporto in cui ogni tanto ci restituiamo un po’ di stima, anche tramite altre persone, quando non ci incontriamo. Mi aveva chiamato per una cosa, poi mi mandò un messaggio: “Devi fare il film con me”. Per me è stato un grande orgoglio, perché ho pensato che per quella storia, così intima, avesse chiamato un po’ di amici di cui si fidava. Amici non perché ci frequentiamo, ma a livello lavorativo. E questo mi ha reso molto orgoglioso». Nella memoria di Gallo, quella chiamata somiglia a un appello degli affetti: per il film più intimo della sua carriera, Sorrentino cercava anche volti dei quali potersi fidare. Ed essere in quell’elenco, per un attore, vale più di qualsiasi premio. O quasi: la sirena Ligeia e il sorriso di Villaggio, adesso, fanno la loro bella figura sulla mensola.
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