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Meloni riunisce gli alleati: ad agosto fondi sull'energia. La vera mossa anti-Vannacci

Meloni riunisce gli alleati: ad agosto fondi sull'energia. La vera mossa anti-Vannacci

ROMA - È un accelerazione dettata dalla drammaticità del momento. Con la diplomazia ormai ridotta a una tela smagliata, i costi dell'energia che continuano a crescere come Alice...

ROMA - È un accelerazione dettata dalla drammaticità del momento. Con la diplomazia ormai ridotta a una tela smagliata, i costi dell'energia che continuano a crescere come Alice dopo aver divorato un biscotto nel Paese delle meraviglie. Basta fermarsi a una pompa di benzina per averne contezza, con i prezzi di benzina e diesel che hanno bucato il tetto dei 2 euro con buona pace di chi viaggia su strade e autostrade. Per questo occorre accelerare. Ed è la decisione che Giorgia Meloni assume con i leader del centrodestra e non solo. Perché al vertice apparecchiato ieri a ora di pranzo in una Roma rovente erano presenti non solo i due vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, il capo di Noi Moderati Maurizio Lupi, ma in videocollegamento ha fatto capolino anche il titolare del Mef, perché è soprattutto di numeri che si è ragionato. «Dobbiamo fissare la deadline entro i primi di agosto, non si può andare oltre», detta il timing la premier, scegliendo di bruciare i tempi per chiedere al Parlamento il via libera per l'utilizzo della flessibilità ottenuta in sede europea in materia di energia. Un assist dell'Ue che consentirà all'Italia di tirare il fiato puntando su un tesoretto che, tra difesa e energia, permetterà di contare su 14 miliardi di risorse aggiuntive nella prossima manovra, tenendo fuori tuttavia il diktat arrivato da Palazzo Berlaymont il taglio delle accise per alleggerire il costo dei carburanti. Prima la risoluzione Lo schema di gioco tracciato nella riunione a Palazzo Chigi prevede il voto del Parlamento su una risoluzione che impegnerà il governo a chiedere Bruxelles il disco verde per l'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale. Vale a dire il meccanismo che, nel quadro delle regole di bilancio europee, consente a uno Stato membro di derogare temporaneamente ai vincoli ordinari di finanza pubblica senza che le spese sostenute in presenza di circostanze eccezionali o di specifiche esigenze di investimento gravino su parametri di deficit e debito, liberando così margini di manovra aggiuntivi. A quel punto, la richiesta italiana dovrà ottenere il via libera di Commissione e Consiglio europeo sull'attivazione della clausola di salvaguardia. In autunno il governo tornerà in Parlamento per farsi approvare lo scostamento di bilancio, un voto che occhio richiede la maggioranza assoluta. Stando ai numeri sul tavolo della riunione di ieri, riferiscono fonti di primo piano, la torta sarà spartita in parti eguali tra difesa ed energia. «Non un centesimo in più sul riarmo, va messo in chiaro sin da subito», ha infatti sentenziato Meloni. Dunque, numeri alla mano, nel 2027 sette miliardi dovrebbero essere destinati all'energia e altrettanti alla difesa. Stesso schema che verrà replicato nel 2028 per l'energia un tesoretto totale di 14 miliardi in due anni a meno che l'emergenza energetica non rientri. Difficile crederlo visto l'incandescente quadro geopolitico. A tracciare la situazione con dovizia di particolari è il responsabile della Farnesina Tajani, in una lunga relaziona condivisa con gli alleati. Oltre alla paralisi dello stretto di Hormuz, che prosegue dopo il naufragio del Memorandum Washington-Teheran siglato nel giugno scorso, spaventa l'intimidazione degli houthi che minacciano un blocco navale anti-saudita, con il rischio, concreto, di congelare anche lo stretto di Bab el-Mandeb, la porta meridionale di accesso al Mar Rosso. Per questo occorre giocare d'anticipo si trovano a concordare gli alleati cogliendo al balzo la palla arrivata da Bruxelles. Ed è a ben guardare la vera mossa anti-Vannacci, perché consentirà, tra le altre cose, di liberare risorse per una legge di bilancio più incisiva. Certo, con un rischio intrinseco. Perché sfruttare la flessibilità vuol dire anche chiedere al Parlamento di autorizzare investimenti per la difesa, con tutte le conseguenze del caso. Si rischia di tornare alla casella di partenza, visti gli strali con cui il generale sta imbarcando consensi con i sondaggi che ne restituiscono un'ascesa folgorante. Ma difesa ed energia sono due facce di un Giano bifronte, la deroga al Patto di stabilità era prevista dall'Ue per il solo riarmo, ed è stata poi l'Italia a chiedere e ad ottenere di estenderla anche alle spese per la crisi energetica. Ottenendo un placet che, occorre ricordarlo, non può andare oltre lo 0,6% del Pil. «Parliamo di ben 14 miliardi che Giorgia ha portato a casa. Per il resto, le chiacchiere stanno a zero...», taglia corto un big del governo. Difendendo una linea su cui tutti gli alleati convergono. Tira invece tutt'altra aria sulla legge elettorale, dato che sulle preferenze il nodo è lungi dall'esser sciolto. Anzi, sembra essersi aggrovigliato ancor di più. Diverse fonti spergiurano che nel vertice di ieri non se n'è fatta parola, sarà che la fumata nera era scontata. Meloni sarebbe infatti decisa a tenere il punto e ha chiesto a Tajani e Salvini lealtà. Il problema è che le rassicurazioni erano già arrivate col voto a Montecitorio, ma poi le "truppe" hanno disatteso gli ordini impartiti dall'alto. Si rischia un pericoloso remake, ma stavolta la caduta sarebbe ben più rovinosa.

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