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Omicido Bakari Sako a Taranto, le ombre sulle donne che «inquinarono le prove»

Omicido Bakari Sako a Taranto, le ombre sulle donne che «inquinarono le prove»

La confessione involontaria del minore: «Dal nulla se n’è uscito»

«A uecchjie se n'ha assute». «Dal nulla se n'è uscito». Sono le 5.24 del 9 maggio e Bakari Sako, il 35enne del Mali, è sull'asfalto di piazza Fontana in Città Vecchia colpito con tre coltellate al petto. La voce è quella di uno dei quattro minori che insieme a due maggiorenni è finito in cella con l'accusa di omicidio volontario. Ignaro che le telecamere della zona oltre a riprendere l'intera scena abbiano anche registrato gli audio di quei momenti concitati, risponde alla domanda di sua madre che, intervenuta sul luogo poco dopo l'aggressione, chiede «Perché? Voi siete stati?»: il giovanissimo membro della babygang non prova nemmeno a negare, ma tenta solo di giustificare l'azione del gruppo dicendo «A uecchjie se n'ha assute». «Dal nulla se n'è uscito». Come se fosse stato proprio Bakari improvvisamente a scatenare quell'inferno di violenza e non il contrario come invece documentato dai video. Per i giudici del Riesame che hanno confermato la detenzione in carcere per i due maggiorenni Fabio Sale di 20 anni e Cosimo Colucci di 22 (assistiti dagli avvocati Salvatore Maggio e Pasquale Blasi), alla domanda della donna, rivolta a tutti, segue una «implicita, ma chiara, ammissione di colpa collettiva veicolata dal tentativo di autogiustificarsi, quasi dando la colpa dell’accaduto a un comportamento del Sako». La risposta del giovane, «Dal nulla se n'è uscito» scatena l'ira della donna che li insulta, ma il minore tenta ancora di dare una spiegazione all'accaduto: «quidde, ha chiamate a Questure e mò ste face a finte». «Quello ha chiamato la Questura e ora sta facendo finta». Le parolacce che la donna pronuncia subito dopo, per i giudici del Riesame, sono un «forte rimprovero, certamente da riferire alla situazione a cui, già informata, stava assistendo». Ma dalle 47 pagine depositate nei giorni scorsi, emerge soprattutto l'ombra dell'inquinamento delle prove compiuto da tre donne: due di queste hanno assistito al delitto, la terza è proprio la madre di uno dei minori sopraggiunta quando Bakari era già a terra esanime. Il collegio, presieduto dalla presidente del Tribunale Rosa Anna De Palo e a latere i magistrati Alessandro de Tomasi e Sara Gabellone, hanno confermato il carcere per i due maggiorenni aggiungendo che «tutti agirono sotto la spinta psicologica di molestare gratuitamente la persona offesa a seguito della sua manifestata intenzione di voler frequentare il bar Fontana», ma soprattutto hanno spiegato che non si possono concedere gli arresti domiciliari perchè c'è un alto rischio di inquinamento delle prove. E in particolare i giudici hanno chiarito «che sussistono, allo stato, specifiche e inderogabili esigenze attinenti alle indagini in quanto risulta del tutto evidente la necessità per gli inquirenti» di interrogare nuovamente innanzitutto il gestore del bar - indagato per favoreggiamento - affinchè possa «chiarire i numerosissimi punti oscuri e contraddittori» delle sue precedenti dichiarazioni, ma soprattutto dovranno essere interrogate le tre donne: per il Riesame si tratta di «persone, già coinvolte nell’inquinamento probatorio, con le quali gli indagati potrebbero facilmente avere contatti, anche tramite terzi, alla luce dei rapporti personali e di parentela nonché derivanti dalla frequentazione del medesimo contesto ambientale e abitativo». L'inchiesta della Squadra Mobile, guidata dal vice questore Antonio Serpico e coordinata del pubblico ministero Paola Francesca Ranieri, insomma, non è affatto chiusa.

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