Prima i bambini, poi la bigenitorialità: il Governo spagnolo approva il Ddl sulla violenza vicaria

Mettere al centro la tutela e la volontà dei minori, rendendo visibili e riconoscibili le radici culturali su cui prospera la violenza: il Consiglio dei ministri spagnolo, lo scorso 14 luglio, ha dato il via libera in seconda lettura al disegno di legge sulla violenza vicaria , definendola come «una delle forme più crudeli e devastanti di violenza di genere, in cui bambini o altre persone vicine alla vittima vengono utilizzate per infliggere il massimo danno possibile». Se approvata dal Parlamento – che ora dovrà ora esaminarne il testo - la riforma introdurrà la violenza vicaria come aggravante nel Codice penale : in...
Mettere al centro la tutela e la volontà dei minori, rendendo visibili e riconoscibili le radici culturali su cui prospera la violenza: il Consiglio dei ministri spagnolo, lo scorso 14 luglio, ha dato il via libera in seconda lettura al disegno di legge sulla violenza vicaria, definendola come «una delle forme più crudeli e devastanti di violenza di genere, in cui bambini o altre persone vicine alla vittima vengono utilizzate per infliggere il massimo danno possibile». Se approvata dal Parlamento – che ora dovrà ora esaminarne il testo – la riforma introdurrà la violenza vicaria come aggravante nel Codice penale: in caso di condanna definitiva per maltrattamenti è prevista la sospensione automatica della responsabilità genitoriale. Come ha spiegato la ministra per le Pari opportunità, Ana Redondo, il provvedimento interviene anche sul Codice civile, rendendo obbligatorio l’ascolto dei figli minori – e delle persone con disabilità bisognose di particolare cura – prima che un giudice decida su affidamento o diritto di visita. «Un maltrattatore non può essere un buon padre», ha sottolineato la ministra, ricordando i dati ufficiali in Spagna: «Dal 2013 sono stati assassinati 68 minori, tre solo dall’inizio di quest’anno». Numeri che, secondo la ministra, affondano i «discorsi negazionisti» delle forze di estrema destra Vox sulla violenza di genere. Da reato specifico ad aggravante: «La violenza non è neutra» Il via libera del Consiglio dei ministri è arrivato al termine di nove mesi di trattativa tra il ministero proponente, quello dell’Uguaglianza, e i due co-proponenti, i ministeri dell’Infanzia e della Giustizia. La prima bozza della proposta di legge, pubblicata lo scorso settembre, aveva un obiettivo diverso da quello che il testo ha oggi: introdurre la violenza vicaria come reato autonomo, con un nuovo articolo del Codice penale – il 173 bis – collocato tra i delitti contro l’integrità morale. Per il ministero dell’Uguaglianza, tipizzare la fattispecie in modo specifico era il solo modo per renderla visibile e sanzionabile in quanto tale, in coerenza con gli standard internazionali sui diritti umani e sulla violenza di genere. Quell’impostazione, nella versione approvata il 14 luglio, è stata abbandonata: la violenza vicaria resta ora dentro il perimetro della violenza di genere, come aggravante. Questo perché i pareri degli organi consultivi – a partire da quello del Consiglio generale del potere giudiziario – e le osservazioni tecniche dei ministeri della Giustizia e dell’Infanzia hanno evidenziato un nodo centrale: un reato autonomo costruito in termini neutri rispetto al genere avrebbe rischiato di trasformare la violenza vicaria in una categoria applicabile a qualsiasi conflitto familiare. Secondo diverse esperte e organizzazioni femministe, questo avrebbe indebolito il riconoscimento della sua specificità come forma di violenza contro le donne, caratterizzata dall’utilizzo dei figli o di altre persone vicine alla mamma per infliggerle sofferenza: il timore era che uno strumento nato per tutelare le vittime potesse aprire nuovi spazi processuali a contestazioni speculari contro le madri. Scongiurare il ricorso all’alienazione parentale La ministra Redondo ha richiamato più volte il clima di arretramento sui diritti delle donne che attraversa Paesi di tutti i continenti e diverse esperte, dopo aver esaminato il testo, hanno insistito sulla necessità di tenere ferma la definizione di questa violenza come violenza maschile contro le donne, con una sua struttura e una sua specificità, per evitare che diventasse un contenitore genericamente applicabile a qualunque conflitto familiare. È il timore che la giurista Adilia de las Mercedes ha messo a fuoco parlando con El País: la prima formulazione, ha spiegato, rischiava di offrire nuovi appigli perché l’alienazione parentale tornasse a farsi strada nelle sentenze sotto altre spoglie. Sulla stessa linea si è mosso il Coordinamento statale per l’eliminazione della violenza vicaria e della violenza di genere istituzionale, che riunisce oltre venti realtà professionali del settore: un reato “neutro”, ha fatto notare in una lettera aperta indirizzata ai ministeri promotori delle riforma, avrebbe contraddetto sia il concetto stesso di violenza vicaria maschile sia i bisogni reali di un fenomeno che ha una direzione precisa, non simmetrica. Proteggere i minori prima della sentenza Il disegno di legge non interviene soltanto sul piano sanzionatorio. Prova a spostare la protezione dei minori nel momento più delicato, quello in cui il procedimento per violenza contro le donne o violenza vicaria è ancora in corso. Se il Parlamento approverà il testo, il regime di affidamento e il diritto di visita potranno essere sospesi non soltanto dopo una condanna definitiva, ma già «in caso di fondati sospetti di violenza o quando un genitore è coinvolto in procedimenti giudiziari per determinati reati». La riforma tenta così di colmare una distanza denunciata da anni dalle associazioni che si occupano di tutelare le vittime: quella tra il tempo della giustizia penale e quello, molto più breve, della protezione dei bambini. Mentre il processo segue il suo corso, infatti, i figli continuano spesso a frequentare il genitore denunciato. L’obiettivo è evitare che l’attesa della sentenza diventi essa stessa uno spazio di esposizione alla violenza. Nello stesso quadro vengono introdotti dei limiti all’affidamento condiviso – escludendolo quando potrebbe essere dannoso per la salute fisica, mentale o emotiva dei minori – e si inserisce anche l’obbligo di ascoltare i figli minori e le persone con disabilità che necessitano di particolare sostegno prima che il giudice decida sull’affidamento o sul diritto di visita, rafforzando il principio secondo cui i bambini non sono destinatari passivi delle decisioni, ma soggetti titolari di diritti. Il precedente José Bretón: cambiare la cultura Il provvedimento punta ad agire anche sul piano culturale e sociale, introducendo una pena accessoria che vieta agli autori di violenza vicaria di divulgare pubblicamente dettagli dei propri crimini. La misura nasce dopo il caso di José Bretón, condannato nel 2011 per l’omicidio dei figli Ruth e José e tornato al centro del dibattito per un libro scritto dal carcere che ricostruiva il duplice omicidio. «Questo affronta casi come quello di Bretón, in cui la società si è schierata dalla parte della vittima dopo la pubblicazione del libro. Ora vogliamo che la legge si schieri dalla parte della società in questa condanna», ha spiegato Ana Redondo. Non è un riferimento casuale. La definizione di violenza vicaria contenuta nel disegno di legge prende le mosse proprio da quel caso, considerato in Spagna il precedente simbolico della fattispecie: utilizzare persone care alla donna – i figli, ma anche fratelli, sorelle, nipoti o nuovi partner – come strumenti per infliggerle la massima sofferenza. L’intervento, però, non si limita a vietare la spettacolarizzazione della violenza. Il disegno di legge introduce anche misure di sensibilizzazione, raccolta dei dati e monitoraggio del fenomeno, con l’obiettivo di renderlo più riconoscibile e contrastarlo in modo sistematico. Sul piano della giustizia prevede inoltre un rafforzamento della formazione di giudici e pubblici ministeri: la violenza vicaria entrerà nei programmi di accesso e di progressione in carriera, affiancata da percorsi di aggiornamento specialistico e permanente. Una scelta che sposta l’attenzione dal solo impianto normativo alla preparazione di chi sarà chiamato ad applicarlo, nella convinzione che riconoscere la violenza sia il primo passo per riuscire a prevenirla e a tutelare efficacemente le vittime. Un percorso iniziato con la riforma della Lopivi Il Ddl sulla violenza vicaria si inserisce in un percorso normativo già avviato. Solo poche settimane fa il Consiglio dei ministri spagnolo ha proposto di modificare la Lopivi, la legge organica sulla protezione dell’infanzia e dell’adolescenza dalla violenza, introducendo il divieto espresso di ricorrere all’alienazione parentale e a qualsiasi sua riformulazione pseudoscientifica nei procedimenti giudiziari e amministrativi. La riforma rafforza il principio dell’interesse superiore del minore: ogni decisione dovrà motivare in modo esplicito come tale interesse sia stato valutato e perché la soluzione adottata protegga il benessere fisico, emotivo e psicologico del bambino. Tra i criteri entra anche la necessità di allontanare il minore dalla persona che esercita violenza. Come ha sintetizzato la ministra Redondo: «Un maltrattante non è un buon padre». È un cambio di prospettiva che rimette in discussione un’applicazione automatica della bigenitorialità nei casi di violenza: la priorità non è più preservare a ogni costo il rapporto con entrambi i genitori, ma garantire la sicurezza del minore. Il quadro giuridico in Italia: l’«approccio adultocentrico» ignora i minori Mentre la Spagna prova a intervenire contemporaneamente sul riconoscimento della violenza vicaria, sulla tutela anticipata dei minori e sul superamento dell’antiscientifico concetto di alienazione parentale, nel nostro Paese gli stessi temi continuano ad attraversare il dibattito parlamentare e giudiziario. Uno dei nodi riguarda il rapporto tra il principio della bigenitorialità e quello, prioritario, dell’interesse superiore del minore. Un equilibrio tornato mesi fa al centro della discussione con il disegno di legge n. 832 sull’affidamento condiviso, che propone di rafforzare il modello dell’affidamento paritetico. La proposta è stata criticata dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni, che ha espresso preoccupazione per un possibile spostamento del baricentro dalle esigenze concrete dei bambini alla parità formale tra i genitori. Il rischio evidenziato è quello di un «approccio adultocentrico», in cui la divisione equilibrata dei tempi tra madre e padre prevalga sulla valutazione della situazione individuale del minore, della sua sicurezza e del suo benessere psicofisico. Il caso della piccola Stella riapre il dibattito Il tema è riemerso con forza anche con la vicenda della piccola Stella, la bambina del quartiere romano di Monteverde al centro di un caso giudiziario che ha sollevato interrogativi sulla capacità del sistema di mettere davvero al centro l’interesse del minore. Stella, affetta da una rara malattia genetica che potrebbe slatentizzarsi in condizioni di forte stress, era stata inizialmente collocata dalla madre dal Tribunale ordinario dopo una consulenza tecnica che aveva evidenziato l’incompatibilità di una separazione traumatica con le sue condizioni di salute. Successivamente, grazie a un intervento urgente del Tribunale per i minorenni, la bambina è stata prelevata da scuola il 15 maggio alla presenza delle forze dell’ordine e collocata presso il padre. La vicenda ha riaperto il dibattito sul modo in cui vengono valutate, nei procedimenti familiari, le ragioni del rifiuto o della sofferenza manifestata da un minore e sul rischio che categorie riconducibili all’alienazione parentale – nonostante la mancanza di validazione scientifica del concetto – possano continuare a influenzare le decisioni giudiziarie attraverso ridenominazioni come il “rifiuto genitoriale”. Dopo il caso, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato in Senato di aver «disposto immediatamente un approfondimento urgente tramite l’Ispettorato, richiedendo la trasmissione di copia integrale di tutti gli atti processuali non ancora pervenuti» e ribadendo che «non vi è alcuno spazio per la cosiddetta alienazione parentale, teoria ormai unanimemente considerata antiscientifica dalla giurisprudenza di legittimità, dal Parlamento europeo e dalle organizzazioni internazionali». Tutela e ascolto dei minori, il criterio guida La questione sollevata dal caso di Stella va oltre la singola vicenda giudiziaria. Riguarda il modo in cui il sistema interpreta la violenza quando sono coinvolti bambini vulnerabili: il rifiuto di un minore verso un genitore deve essere sempre letto come il risultato di una manipolazione oppure può essere il segnale di un disagio, di una paura, di un’esperienza che chiede di essere ascoltata? È l’interrogativo che associazioni, esperte e Garante dell’infanzia continuano a porre: la voce dei bambini non può essere ridotta a un elemento secondario né sostituita da letture precostituite. Centrale, invece, è la necessità che ogni decisione sia orientata alla tutela della loro salute e benessere psicofisico. Un principio che la riforma spagnola prova a rendere esplicito: nei casi in cui emergono violenza, rischio o sofferenza, il criterio guida non può essere la conservazione astratta della relazione con entrambi i genitori, ma la protezione concreta dei minori. *** La newsletter di Alley Oop Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui. Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com
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