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Quelli che si indignano per i ragazzini in Thailandia, ma non hanno mai guardato in casa

Quelli che si indignano per i ragazzini in Thailandia, ma non hanno mai guardato in casa

I liceali sulla metro di Bangkok non hanno fatto altro che comportarsi come tutti quanti in Italia L'articolo Quelli che si indignano per i ragazzini in Thailandia, ma non hanno mai guardato in casa proviene da Linkiesta.it .

Avere una certa età comporta il vantaggio di non frequentare adolescenti: sono pochissime le amiche che sono state gestanti così attempate da avere, alla nostra vegliarda età, figli che non abbiano già compiuto l’inevitabile evoluzione: da quindicenni fastidiosamente scorbutici, a trentenni fastidiosamente bisognosi d’una raccomandazione. Tuttavia io ricordo tutto: ogni «non ho mai incontrato un ragazzino così maleducato» che ho pronunciato tra i trenta e i quarant’anni, ogni volta che qualche amica ha commesso l’errore di farmi condividere uno spazio con la prole. I ragazzini di questo secolo sono particolarmente insopportabili per una ragione che spiega bene Fran Lebowitz. Perché a questi disgraziati, che già hanno la disgrazia della giovinezza, è stata inculcata la più grande delle disgrazie, quella che le generazioni precedenti si erano risparmiate e loro no: l’autostima. Io vorrei parlare uno per uno non coi ragazzini che sulla metropolitana di Bangkok si sono messi a rispondere «your mother» a un’indigena che chiedeva loro dove andassero (e il cui video inizia con lei che dice loro «shut the fuck off»: non esattamente la responsabile del cerimoniale della regina Elisabetta, diciamo). Mi sembra disutile parlare con ragazzini che trovano divertentissimo toccarsi il pacco davanti a una signora, o dire «lo vuoi», o dire «tua madre»: intanto, come diavolo credevamo ridessero i ragazzini, con Karl Kraus? E poi, almeno di loro si può sperare che poi crescano: il guaio sono i quarantenni che hanno quello stesso identico spiccicato spirito di patata lì. Non vorrei parlare neanche coi genitori che hanno mandato in Thailandia invece che nell’Oxfordshire dei ragazzini sperando colà imparassero a dire che the cat is under the table. E neppure con l’Inps che manda in giro questi ragazzini a spese dell’ente, un ente che non ha i soldi per le pensioni ma ha i soldi per garantire l’inalienabile diritto dei nati negli anni Dieci a vedere paesi a novemila chilometri di distanza. Io vorrei parlare uno per uno con gli indignati che, di fronte al primo dei tre video, quello in cui la tizia che li ha denunciati riprende un gruppo di liceali che si comportano com’è normale comportarsi in Italia, chiacchierano forse un po’ a voce alta ma niente di che, vorrei parlare con quelli che di fronte al primo video hanno detto che schifo, che vergogna, che imbarazzo, l’ambasciata ha dovuto fare un comunicato, rendiamoci conto, ci facciamo sempre riconoscere, fossero figli miei non uscirebbero più di casa. Invece di dire l’unica cosa che un italiano medio dovrebbe dire di fronte a quel video: ma quindi a Bangkok arresterebbero anche me. Questo popolo di organizzatori di videoconferenze in vivavoce dalla carrozza silenzio del treno. Questo popolo di guardatori di streaming di partite col commento a tutto volume dal loro sedile in metrò. Questo popolo di raccontatori di cazzi propri a voce altissima nelle sale d’attesa. Questo popolo che improvvisamente si scopre custode del bon ton e genitore di figli beneducati. Vorrei vederli, vorrei, i vostri adolescenti immaginari, quelli che sognate meno fastidiosi dei loro coetanei del video. E vorrei parlare anche con gli insegnanti o gli accompagnatori o quel che sono, perché io mi ricordo di quando ci portavano in gita scolastica e – nel dubbio d’avere a che fare con Mowgli cresciuto nella giungla cui non fosse stato insegnato un cazzo di niente – prima di partire ci spiegavano che se ci scappava la pipì ed entravamo in un bar dovevamo prima ordinare qualcosa, e solo una volta clienti paganti chiedere se potevamo usare il bagno. Adesso non si usa più dire a dei disgraziati con la corteccia prefrontale in formazione e nessun uso di mondo «in oriente ci sono usanze diverse, in pubblico si parla come da noi si parla in biblioteca»? E poi vorrei parlare con quelli che dicono eh ma anche qui i turisti si comportano male: ma giura. Comportandosi male, qui, fanno ciò che avrebbero dovuto fare gli adolescenti parlando a bassa voce lì: si adeguano al contesto. Ogni volta che cammino su cocci di bottiglia perché qualcuno, turista o studente che sia, la notte ha giocato a calcio con le bottiglie di birra per strada, so che succede perché qui non troveranno una tizia del metrò che gli fa quel che a Bologna si chiama un liscio e busso. Non serve essere studiosi della teoria delle finestre rotte per sapere che la gente se ne approfitta solo dove la situazione è già precaria, e infatti le bottiglie rotte e altri insozzamenti della città li vedi a Roma e li vedi a Bologna ma non li vedi a Milano, perché nessuno vuole sporcare per primo (tranne forse qualche adolescente non accompagnato, ma l’Inps thailandese non li manda in gita a Brera). E poi vorrei parlare con quelli che dicono che viaggiare apre la mente (parenti stretti di quelli che leggere apre la mente, infatti si vede che bell’affare abbiamo fatto con l’alfabetizzazione di massa), e con quelli che pensano che all’estero si imparino le lingue, e con quelli che quando gli dici che disastro i giovani d’oggi non sanno l’italiano ti rispondono che sanno benissimo l’inglese perché li hanno sentiti dire «cringe» invece di «imbarazzo»: l’avete visto il video in cui i Bellini e Cocciolone che questo secolo si può permettere guardano la telecamera d’un telefono in un commissariato thailandese e dicono «Sorry to you»? Siete pronti ad andare a chiedere scusa a Rutelli e a quel «Please visit Italy» che in confronto pareva la Bbc? E poi vorrei parlare con @cleansedtweets , dalla sua bio laureata in ingegneria civile che vive in Asia, la quale interviene in una discussione sugli adolescenti più sfigati di questa estate dicendo che la Thailandia è stata fin troppo clemente ad accontentarsi della multa e delle scuse, «doveva deportarli»: signorina, please visit Italy e si candidi pure, ché «remigriamo gli italiani» è uno slogan elettorale che non può andare sprecato. E infine vorrei parlare non con chi ha deciso di mandare in vacanza i figli dei dipendenti dell’Inps con soldi pubblici, non con chi pensa che sia giusto farlo perché ritiene che il diritto alla vacanza esotica sia inalienabile come quello all’acqua potabile e mica si possono costringere i quindicenni a rendersi conto dei limiti economici della loro famiglia, in una società che li ha convinti d’aver diritto a un telefono che costa quanto uno stipendio mensile di papà. No, io voglio parlare con chi ha deciso di chiamare questo – benemerito e sensatissimo e dai risultati così favolosi – programma di viaggio col nome “Estate INPSieme”. Non dico il 41 bis. Non dico il ritiro del passaporto. Non dico l’interdizione dai pubblici uffici. Ma almeno trenta frustate, per i giochi di parole, vogliamo metterle in un prossimo programma elettorale? Sono disposta a votare chiunque ripristini la dignità nazionale e internazionale in questo modo. Mica possiamo far finta che i liceali ci facciano fare brutta figura all’estero, e “Estate INPSieme” no, orsù. L'articolo Quelli che si indignano per i ragazzini in Thailandia, ma non hanno mai guardato in casa proviene da Linkiesta.it .

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