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Servizi americani: il regime cinese ha manipolato le elezioni

Servizi americani: il regime cinese ha manipolato le elezioni

L’intelligence americana conferma la tesi di Trump: il regime comunista cinese ha acquisito i dati di circa 220 milioni di elettori. Un documento della Casa Bianca, approvato da Cia, Nsa e altre agenzie, ha classificato ufficialmente l’operazione come interferenza elettorale

Servizi americani: il regime cinese ha manipolato le elezioni L’intelligence americana conferma la tesi di Trump: il regime comunista cinese ha acquisito i dati di circa 220 milioni di elettori. Un documento della Casa Bianca, approvato da Cia, Nsa e altre agenzie, ha classificato ufficialmente l’operazione come interferenza elettorale Tempo di lettura: 5 Min. Tempo di lettura: 5 Min. Quattro agenzie americane di intelligence hanno confermato le accuse di Donald Trump sul coinvolgimento del regime cinese nei brogli elettorali del 2020, in particolare per quanto riguarda l’acquisizione dei dati di registrazione degli elettori statunitensi. Secondo un documento pubblicato giovedì 30 dalla White House Government Transparency Task Force, il regime comunista cinese, tramite soggetti terzi, avrebbero acquistato, sottratto o violato i dati elettorali digitali di circa 220 milioni di cittadini statunitensi, comprese informazioni riservate e non accessibili al pubblico. L’unità operativa sottolinea inoltre che tali attività rientrano nella definizione ufficiale di “interferenza elettorale” adottata dai Servizi americani. In base ai documenti desecretati citati nel documento, infatti, non è necessario che un’azione di un Paese straniero modifichi concretamente il risultato di un’elezione per essere classificata come interferenza. Secondo la Casa Bianca, il documento è stato approvato dall’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale, della National Security Agency, dalla Cia e dal ministero degli Interni. L’intelligence statunitense, insieme a funzionari dell’Fbi, si è coordinata con la Casa Bianca prima del discorso pronunciato da Trump il 16 luglio scorso, e ha sostanzialmente confermato «la versione dei fatti» presente nei documenti di intelligence citati dal presidente. Nel suo intervento del 16 luglio, Trump aveva appunto sostenuto che il regime cinese interferisce da tempo nelle elezioni americane e che sarebbe coinvolto anche nei brogli elettorali del 2020. Va precisato, comunque, che il capo della Casa Bianca ha mai affermato esplicitamente che il Partito comunista cinese sia effettivamente riuscito ad alterare l’esito delle elezioni del 2020; conclusione che, allo stato attuale, non è infatti stata sostenuta nemmeno dagli stessi Servizi statunitensi. Il documento della White House Government Transparency Task Force riporta inoltre che «i Paesi avversari potrebbero alterare i dati per impedire agli elettori di votare, causando di conseguenza ritardi nel giorno delle elezioni o costringendo gli elettori a ricorrere a schede provvisorie». Gli stessi dati potrebbero poi essere utilizzati per altre operazioni di interferenza elettorale, anche perché in alcuni casi le informazioni relative agli elettori sono pubbliche o addirittura acquistabili. Il documento rappresenta quindi un forte sostegno alla tesi dei brogli da sempre avanzata da Trump e contestata negli anni da diversi esponenti democratici sulla base di precedenti valutazioni che negavano il coinvolgimento del regime cinese nelle interferenze elettorali del 2020. L’intelligence statunitense avrebbe però scoperto che il Pcc stava influenzando sia le elezioni di mezzo mandato che le presidenziali del 2020. Il presidente ha inoltre sostenuto che già nel 2020 le agenzie di intelligence avevano individuato attività cinesi finalizzate all’acquisizione, attraverso acquisti, furti o attacchi informatici, di decine di milioni di registri elettorali distribuiti in 18 Stati americani. Alcuni funzionari, avrebbero poi «minimizzato» o censurato tali informazioni. Il presidente americano ha di conseguenza incaricato il ministro della Giustizia, la Cia, l’Fbi e l’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale di indagare sia sulle ragioni per cui tali informazioni non sarebbero state pubblicate e sia, soprattutto, sui diretti responsabili. Le dichiarazioni del presidente hanno però suscitato la reazione di alcuni esponenti democratici. Il senatore Mark Warner della Virginia, membro di minoranza della Commissione Intelligence del Senato, ha accusato Trump di “sfruttare” queste divulgazioni per influenzare le prossime elezioni di mezzo mandato. «La Cina è un serio avversario e cerca certamente di promuovere i propri interessi a discapito degli Stati Uniti. Ma l’intelligence aveva concluso che Pechino ha valutato, ma non ha messo in atto, una operazione finalizzata a modificare l’esito delle elezioni del 2020, e che nessun governo straniero ha alterato il conteggio, violato i sistemi di voto o compromesso l’integrità delle infrastrutture elettorali americane». Trump, dal canto suo, ha definito il sistema elettorale statunitense «così vulnerabile da essere indifendibile». Il capo della Casa Bianca ha inoltre annunciato che numerosi documenti classificati, risalenti al periodo compreso tra gennaio 2020 e giugno 2026 e a sostegno delle sue affermazioni, saranno progressivamente desecretati e pubblicati. Quella del regime cinese, ha concluso Donald Trump, «è una minaccia informatica che colpisce il cuore stesso della democrazia» americana. Articoli attuali dell'autore

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