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Sinner, parla il video analista Pizzorno: "Così il servizio di Jannik è diventato letale"

Sinner, parla il video analista Pizzorno: "Così il servizio di Jannik è diventato letale"

È stato uno dei primi a studiare il tennista azzurro da vicino. Oggi individua nel servizio la trasformazione più evidente del campione azzurro e ci spiega il grande lavoro fatto dai suoi allenatori. "Fin da piccolo voleva capire ogni dettaglio che potesse migliorare, i grandi campioni sono così"

Danilo Pizzorno è stato uno dei primi a studiare Jannik Sinner da vicino. Video analista tra i più apprezzati del circuito, ha lavorato con il numero uno del mondo quando aveva appena 13-14 anni, osservandone da vicino la crescita tecnica. Oggi individua nel servizio la trasformazione più evidente del campione azzurro e ci spiega il grande lavoro fatto dai suoi allenatori. Tutti parlano del servizio di Sinner, ormai diventato uno dei migliori del circuito. Lei lo conosce fin dagli inizi: qual è stata la svolta? "L'ultima evoluzione è arrivata da Parigi in poi. Hanno modificato il lancio di palla: oggi Jannik la lancia più in alto e questo gli concede più tempo per salire con il corpo e colpire nel punto ideale. Prima cercava soprattutto una spinta dal basso che, con il fisico che aveva, non produceva abbastanza. Oggi invece utilizza una posizione dei piedi particolare, una via di mezzo tra il foot up e il foot back, che gli permette di spingere molto di più con la gamba posteriore". Il cambiamento è recente o nasce da un lavoro iniziato negli anni? "Lo stance era già stato modificato, ma da Parigi hanno affinato il lancio di palla. Prima colpiva leggermente più in basso e questo gli impediva di passare davvero sopra la palla. Nei momenti di tensione il colpo perdeva qualità e la palla usciva meno pulita. Con il nuovo lancio, invece, riesce a impattare più in alto, a trovare angoli molto più estremi e soprattutto maggiore efficacia". Durante la finale c'è stato un momento in cui sembrava aver perso un po' di quella sicurezza al servizio. "Sì. Era sotto pressione e aveva inconsciamente ricominciato ad abbassare il lancio di palla. È una reazione abbastanza normale: quando si cambia un gesto tecnico, nei momenti di stress si tende a tornare automaticamente al movimento precedente, quello più consolidato". Poi però nel tie-break è cambiato qualcosa. "Esattamente. È tornato subito al nuovo riferimento tecnico, rialzando il lancio di palla. Da lì ha ritrovato qualità al servizio e contemporaneamente ha iniziato a rispondere meglio. In quel tie-break c'è stata una vera evoluzione della partita". È la classica ricerca della zona di comfort nei momenti difficili? "Sì, ma la differenza la fa la lucidità. Jannik è stato bravissimo a riconoscere subito quello che stava succedendo e a correggersi. È questo che distingue i grandissimi giocatori". Quanto è stato importante il lavoro di Simone Vagnozzi e Darren Cahill? "Moltissimo. Il fisico di Jannik non rendeva semplice costruire un servizio così efficace. Da ragazzo, con quelle gambe molto lunghe, le ginocchia tendevano a chiudersi verso l'interno e faceva fatica a sfruttare la spinta verticale. Con la crescita muscolare e con il lavoro tecnico hanno trovato un movimento perfettamente adatto alle sue caratteristiche". La differenza la fa la lucidità. Jannik è stato bravissimo a riconoscere subito quello che stava succedendo e a correggersi. È questo che distingue i grandissimi giocatori". Anche il lavoro fisico ha inciso? "Sicuramente sì. E poi il passaggio dalla terra all'erba porta inevitabilmente a lavorare sull'aggressività del servizio. Sull'erba quel colpo diventa ancora più determinante e ti permette di comandare lo scambio". Anche Zverev aveva alzato molto il livello al servizio. "Infatti. Per un tratto serviva alla stessa velocità, ma meno vicino alle righe. Jannik lo ha capito immediatamente e ha modificato la posizione in risposta. A questi livelli sono dettagli che fanno tutta la differenza". Questa capacità di leggere il servizio dell'avversario è un talento naturale? "È soprattutto un lavoro di precisione. Si cercano continuamente dettagli, angoli, traiettorie, rotazioni. Sono piccole sfumature che, sommate, costruiscono un servizio di altissimo livello". Fino a qualche anno fa il servizio era considerato il punto debole di Sinner. Oggi è diventato una delle sue armi migliori. Quanto conta la componente mentale? "Io parlerei soprattutto di lucidità. Nei momenti importanti bisogna saper scegliere la soluzione giusta: servire al corpo se l'avversario è vicino, cercare l'esterno se lascia spazio, cambiare rotazioni. Sull'erba, ad esempio, lo slice è spesso più efficace del kick. Se hai costruito bene il tuo bagaglio tecnico, poi nei punti decisivi trovi sempre la soluzione migliore". Adesso arriva la stagione sul cemento. Cambia anche il modo di servire? "Dipende dalle superfici. In Canada si gioca su un cemento più lento, Cincinnati è tradizionalmente più veloce, anche se negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Bisogna sempre adattarsi. Su campi più rapidi puoi cercare maggiormente la velocità, su quelli più lenti diventano fondamentali le rotazioni, soprattutto il kick, che ti permette di allontanare l'avversario dal campo". Lei ha conosciuto Sinner quando era poco più che un bambino. Vagnozzi lo definisce una spugna. Era già così? "Assolutamente. Era curioso, assetato di conoscenza. Arrivava dallo sci e mi chiedeva continuamente di riguardare i video: voleva capire ogni dettaglio che potesse migliorare. Era abituato all'analisi video e non ha mai perso questa abitudine". È una caratteristica che hanno tutti i grandi campioni? "No, ce l'hanno in pochi. Mi era capitato di vedere la stessa curiosità anche lavorando con Novak Djokovic insieme a Riccardo Piatti. I campioni veri si mettono continuamente in discussione, cercano sempre qualcosa da migliorare e non si sentono mai arrivati". Fin da bambino era curioso, assetato di conoscenza. Arrivava dallo sci e mi chiedeva continuamente di riguardare i video: voleva capire ogni dettaglio che potesse migliorare. Se dovesse riassumere il servizio di oggi di Sinner in tre parole? "Precisione, velocità e peso di palla. Oggi serve con grande accuratezza, ha aumentato la velocità e soprattutto imprime rotazioni molto più pesanti. È questo mix che rende il suo servizio così difficile da leggere". Qual è l'aspetto che l'ha colpita di più nell'ultimo anno? "La continuità. Prima, nei match lunghi, dal quarto set in avanti il rendimento al servizio tendeva a calare. Oggi, invece, mantiene la stessa efficacia anche nei momenti di massima pressione. È un salto di qualità enorme". Dove può ancora migliorare? "La sua forza è che non si accontenta mai. Cerca continuamente nuovi margini di crescita. Spesso è un rivale di altissimo livello a farti emergere aspetti su cui lavorare. Quando ritroverà un Alcaraz ancora più competitivo, probabilmente emergeranno nuovi dettagli da perfezionare. Ma è proprio questo il suo punto di forza: trasformare ogni difficoltà in un'occasione di miglioramento. Anche quello che è successo a Parigi lo ha spinto a interrogarsi, a cercare risposte, a capire come diventare ancora più forte. È un processo che, nel suo caso, non finisce mai". Questo articolo è tratto da Smash, newsletter G+ sui segreti del grande tennis a cura di Federica Cocchi, pubblicata ogni martedì. Per iscriversi e per informazioni sulle altre newsletter della Gazzetta clicca qui.

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