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Stiamo solo invecchiando o la rage è inascoltabile?

Stiamo solo invecchiando o la rage è inascoltabile?

Da Playboi Carti e Nettspend fino a FREESTYLE di Glocky, la rage è diventata un linguaggio globale. E forse, per la prima volta, qualcuno è rimasto fuori dalla porta

Ho messo play a FREESTYLE di Glocky pensando che avrei scritto una recensione. A un certo punto ho capito che, in realtà, non avevo molta voglia di scriverla. Il disco non mi è piaciuto. Cosa che può succedere: non credo che Glocky perderà il sonno e non credo neanche che il mio giudizio sia particolarmente interessante per chi lo ascolta. Più andavo avanti, però, più avevo la sensazione che il fatto che non mi piacesse volesse dire qualcosa. Sul disco poco, su di me parecchio. E siccome una delle attività preferite di chi scrive è trasformare i propri limiti in un fenomeno culturale, ho cominciato a chiedermi: stiamo solo invecchiando o la rage è davvero inascoltabile? Chi sa già cos'è la rage può saltare questo paragrafo, anche perché probabilmente ne sa più di me. Per tutti gli altri: è una delle forme che ha preso la trap negli ultimi anni, sviluppatasi attorno alla musica di Playboi Carti — anche se c'è chi sostiene che i primi segnali fossero già presenti in Trippie Redd — e poi cresciuta in tantissime direzioni, con suoni sempre più massicci, voci sempre più deformate e la generale impressione che qualcuno abbia alzato tutti i volumi contemporaneamente per poi rompere la manopola. Quando nel 2020 è uscito Whole Lotta Red, Pitchfork lo ha descritto come una pentola a pressione: beat accatastati uno sull'altro, versi, urla, latrati e melodie che aumentano la sensazione che tutto possa saltare in aria da un momento all'altro. È una descrizione molto migliore di qualunque cosa potrei provare a scrivere io. Anche perché, quando una pentola a pressione inizia a fare rumore, di solito esco dalla cucina. La cosa che ho sempre trovato affascinante di Playboi Carti è che abbia una discografia ufficiale e una specie di discografia parallela, quasi spiritica: file che appaiono, scompaiono, cambiano nome e vengono tramandati da fan che ne parlano con la precisione con cui io, al liceo, ricordavo il prezzo di ogni giocatore del fantacalcio. Per stargli dietro ascoltare non basta: bisogna far parte di una conversazione, di una comunità, di un linguaggio condiviso. È un rapporto con la musica che oggi mi sembra quasi nostalgico. Nel frattempo la rage si è evoluta a una velocità impressionante. Oggi tutto quello che fa Carti viene già trattato come un classico, mentre sono arrivati Nettspend, OsamaSon, Che e una serie di rapper di cui, quando finalmente imparo il nome, scopro che il suono è già andato da un'altra parte. Meaghan Garvey ha definito Nettspend "post-rage, post-everything". È anche un modo elegante per dire che, nel momento in cui riesci a capire cosa stai ascoltando, probabilmente è già superato. In una recente tavola rotonda di Pitchfork dedicata alla parte più estrema di questa scena torna sempre la stessa idea: ogni nuova ondata spinge un po' più in là la distorsione, il rumore e la sensazione che la musica stia collassando su se stessa. È un aggiornamento continuo, in cui il suono di appena due anni prima rischia già di sembrare quasi composto. Glocky ha fatto un disco che parla molto chiaramente a chi lo conosce. Io posso ascoltarlo, tecnicamente: è su Spotify, nessuno mi chiede una password, non devo conoscere qualcuno che conosce qualcuno e, come ai tempi di Carti, non devo partecipare a nessuna colletta per ricevere un leak o uno snippet. Ma riuscire ad ascoltarlo non significa necessariamente capirlo. Per anni abbiamo pensato al mainstream come a una musica che cercava di piacere al maggior numero possibile di persone. Si levigavano gli spigoli, si rendevano i ritornelli più immediati, si aggiungeva un featuring per allargare il pubblico. Oggi, invece, mi sembra stia succedendo quasi il contrario. I numeri più grandi li fanno gli artisti che riescono a far sentire chi li ascolta parte di qualcosa, come direbbe Ambra. L'obiettivo non è più convincere tutti a entrare, ma dare a chi è già dentro la sensazione di essere nel posto giusto. Anche il concetto di nicchia è cambiato. Non è più un gruppetto di persone isolate, ma una comunità enorme con un linguaggio, dei riferimenti e una porta d'ingresso ben precisa. Se non li condividi, puoi comunque ascoltare la musica. Ma è probabile che te ne perda una parte. Quello che mi affascina di FREESTYLE è la chiarezza con cui mi lascia dalla parte dei genitori. Non prova a venirmi incontro e non ha alcun bisogno della mia approvazione. Per gran parte del disco ho pensato — come mi capita spesso con la rage — che certi testi, certe intuizioni, su un beat trap "classico" (una frase che dieci anni fa sarebbe sembrata una bestemmia) mi sarebbero piaciuti di più. Anni fa Tormento scrisse su FOUR DOMINO, un magazine dedicato al rap, una cosa che mi torna spesso in mente: Young Thug aveva fatto alle parole quello che i pionieri dell'hip hop avevano fatto alla musica che li aveva preceduti. Le aveva tagliate, deformate, usate in un modo nuovo. A volte, in un suo verso, non capivi più dove finisse la parola e dove iniziasse il suono. Ed era proprio lì, almeno per me, che diventava interessante. Anche Kit Mackintosh, in Auto-Tune Theory, parte da artisti come Future e Young Thug per raccontare il momento in cui la tecnologia smette di correggere la voce e inizia a trasformarla in qualcos'altro. Non più uno strumento per sembrare perfetti, ma per alterarsi, dissociarsi, rispondere a un mondo che nel frattempo è diventato sempre più artificiale e difficile da decifrare. Se la trap è stata, ancora più del rap, un atto di rottura nei confronti della musica precedente, la rage mi sembra il passo successivo. Porta quella deformazione ancora più avanti, fino a farla diventare il centro del linguaggio. Si dice spesso che certi generi vadano vissuti con il corpo: in un club, davanti a un impianto serio, con un volume capace di far tremare gli organi interni e impedire qualsiasi conversazione. Di solito questa frase sottintende che sia proprio lì che la musica rivela tutta la sua forza. E, ripensandoci, è anche la grande contraddizione di artisti come Future: una musica profondamente solitaria che, dal vivo, trova una dimensione quasi collettiva. Con la rage, invece, a me succede l'opposto. Sentirla sul corpo amplifica il fastidio. Il basso non mi aiuta a capire: mi impedisce semplicemente di ignorare quello che sta succedendo. E per la prima volta mi ritrovo nella posizione dei miei genitori quando, durante gli interminabili viaggi in macchina verso la Calabria, insistevo per mettere il rap. Non capisco cosa viene detto. Non riesco a usarla come sottofondo, perché sembra che il sottofondo stia cercando di entrare in salotto sfondando la porta. A questo punto potrei fare la cosa dell'adulto illuminato e dire che, pur non capendola, considero la rage una musica coraggiosa, necessaria, il futuro. Sono le parole che spesso usiamo quando abbiamo paura di sembrare vecchi. Ma non è quello che penso. Ci sono cose che mi piacciono, cose che trovo interessanti e moltissime che mi annoiano. Allo stesso tempo, non sento alcun bisogno di spiegare a Glocky che cosa avrebbe dovuto fare. Anzi, rispetto molto il fatto che questo disco sia la sua cameretta: ci sono entrato senza bussare e, soprattutto, senza capire davvero cosa stesse succedendo. Per molto tempo ho pensato che, essendo cresciuto con il rap, avrei capito automaticamente ogni sua evoluzione. Come se esistesse un pass di eterna giovinezza, un firmware capace di aggiornarmi in tempo reale e farmi parlare la lingua del momento. Invece questa settimana mi sono ritrovato davanti a un cartello con scritto "Pericolo" e "Non entrare". E, per la prima volta, ho pensato che forse andava bene così. Che quella porta non era fatta per me.

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