Studentessa aggredita a Bari, il sindaco: «La paura non deve vincere. Più controlli, ma i luoghi vanno vissuti»

«Non dobbiamo costruire una mappa della paura, potenziando i controlli in alcune zone, ma una mappa della presenza. La sicurezza non è solo ordine pubblico, serve anche una...
«Non dobbiamo costruire una mappa della paura, potenziando i controlli in alcune zone, ma una mappa della presenza. La sicurezza non è solo ordine pubblico, serve anche una città che non si ritiri. Bari non è dominata dalla paura». A parlare è il sindaco Vito Leccese dopo l’aggressione alla studentessa 26enne nel parco Rossani. Sindaco Leccese, ha avuto modo di risentire la ragazza? «L’ho incontrata venerdì pomeriggio, insieme all’assessora Carla Palone, a casa sua, con la sua famiglia. Siamo andati lì senza voler aggiungere parole a quelle che già erano state dette, volevamo semplicemente starle vicino. Giuditta adesso deve pensare a curarsi, a stare bene. Ci siamo detti che ci saremmo risentiti tra qualche giorno, quando avrà più energie. Le ferite che ha riportato sono profonde e non sono soltanto quelle che si vedono. Quando starà meglio, verrà in Comune. Vorrei che quell’incontro fosse l’inizio di un percorso perché ciò che Giuditta ci ha raccontato e le idee che ha avuto dopo quello che le è successo meritano di essere ascoltate e trasformate in qualcosa di concreto». In cosa consiste il progetto di cui Giuditta si è fatta promotrice da avviare nella Rossani? «È ancora un’idea e sarà lei per prima a dirci come immaginarla. Ma il punto è già molto chiaro: Giuditta non ci ha chiesto soltanto di aumentare i controlli, ci ha detto che vuole che il luogo in cui è stata aggredita sia ancora più vissuto, ancora più aperto, ancora più pieno di persone. È una cosa molto importante perché significa che la paura non deve avere l’ultima parola, che Rossani deve essere un luogo nel quale si va per incontrarsi, studiare, fare sport, stare insieme, vivere la città. E lo stesso vale per tutti gli spazi pubblici di Bari: dobbiamo renderli sempre più accoglienti, o meglio, come ha suggerito con un gioco di parole la stessa Giuditta, “comunitabili”. È una parola curiosa, ma contiene un’idea molto seria: i luoghi pubblici devono tornare a essere luoghi di comunità, è da qui che dobbiamo ripartire». Cosa l’ha colpita di più di questa brutale aggressione? «La violenza fa sempre paura, ma incontrando Giuditta mi ha colpito soprattutto quello che è venuto dopo. Ho visto una ragazza che avrebbe avuto tutte le ragioni per chiudersi nel dolore, nella rabbia, nella paura, e invece mi ha parlato del futuro, di come cambiare le cose, questa è una forza enorme. Giuditta studia Filosofia, ha una sensibilità e un’intelligenza non comuni, ma soprattutto, in un momento in cui avrebbe potuto pensare soltanto a se stessa, ha pensato alla città. Credo che questo ci consegni una responsabilità precisa, non possiamo limitarci a dire che siamo dispiaciuti per quello che le è accaduto, dobbiamo fare in modo che da quella sofferenza nasca qualcosa di buono». Ha detto che ha chiesto un potenziamento dei controlli nei parchi. Quali saranno le zone più attenzionate? «Ho chiesto al Questore e alla Polizia Locale di aumentare la presenza nei luoghi dove maggiormente si concentrano giovani e famiglie e dove abbiamo ricevuto segnalazioni. Certamente Rossani, ma anche il Parco Maugeri e il waterfront di San Girolamo. Non dobbiamo costruire una mappa della paura ma una mappa della presenza. Le forze dell’ordine devono esserci, soprattutto per prevenire e contrastare fenomeni come lo spaccio e le altre forme di illegalità, sarebbe però un errore pensare che la sicurezza coincida soltanto con una pattuglia in più. Un luogo pubblico è sicuro anche quando è illuminato, curato, frequentato, quando ci sono ragazzi, famiglie, associazioni, sport, cultura, quando le persone lo sentono proprio». In seguito all’aggressione alcune forze politiche di opposizione hanno ribadito la necessità di garantire più sicurezza anche dando più poteri alla polizia locale. È una strada da intraprendere? «Gli strumenti della Polizia Locale sono un tema serio che non nasce oggi. Come delegato Anci lo sostengo da tempo: se chiediamo agli agenti più responsabilità, dobbiamo garantire loro anche gli strumenti, la formazione e le tutele necessarie per svolgerle, ma non credo che questo sia il momento di trasformare quanto accaduto a Giuditta in una polemica tra maggioranza e opposizione. Su una cosa dovremmo essere tutti d’accordo: la sicurezza dei cittadini viene prima delle appartenenze politiche, poi possiamo discutere di competenze, strumenti, organici, risorse e io continuerò a farlo, anche a livello nazionale. Ma la sicurezza non è soltanto ordine pubblico: se un ragazzo cresce in una situazione di marginalità, se un quartiere perde presìdi, se uno spazio pubblico viene abbandonato, non possiamo pensare di risolvere tutto con una volante. Servono le forze dell’ordine, certo, ma serve anche una città che non si ritiri». Da parte di molti genitori è salita la preoccupazione nel frequentare luoghi pubblici. Cosa pensa a riguardo? «Penso che sia una preoccupazione comprensibile: se hai un figlio o una figlia che esce di casa, dopo una notizia come questa è inevitabile chiederti se sia al sicuro, ma non possiamo lasciare che la paura ci faccia rinunciare alla città. Perché se smettiamo di andare nei parchi, nelle piazze, nei luoghi di incontro, se diciamo ai nostri ragazzi di non frequentarli più, rischiamo di ottenere esattamente il contrario di quello che vogliamo. La risposta alla paura deve essere una città più ricca: più persone, più famiglie, più sport, più cultura, più iniziative. E naturalmente più controlli dove servono. Dobbiamo tornare a vivere i nostri luoghi. Anche perché la sicurezza nasce anche dalla presenza delle persone, dal riconoscersi, dal sapere che se succede qualcosa qualcuno se ne accorge e interviene». Bari è davvero una città poco sicura? «Bari è una grande città, e come tutte le grandi città, vive complessità che non possono essere negate, sarebbe irresponsabile dire il contrario. Abbiamo situazioni di marginalità, fenomeni di illegalità, zone e momenti nei quali bisogna fare di più, e ogni volta che una persona viene aggredita dobbiamo interrogarci e capire cosa possiamo fare meglio. Ma una cosa è riconoscere i problemi, un’altra è raccontare Bari come una città dominata dalla paura. Io vedo una città nella quale ci sono migliaia di persone che ogni giorno fanno la propria parte: associazioni, volontari, famiglie, commercianti, insegnanti, giovani. Persone che tengono aperti i luoghi, che organizzano iniziative, che si prendono cura dei quartieri, spesso senza chiedere nulla in cambio: questa è la parte della città che dobbiamo rafforzare. Dopo essere stata aggredita Giuditta avrebbe potuto chiederci di chiudete quel parco, di mettere più cancelli, invece ha detto l’opposto, ha chiesto di renderlo più vivo e credo che dentro questa richiesta ci sia una lezione per tutti noi. La sicurezza è presenza delle istituzioni, è controllo del territorio, è contrasto all’illegalità, ma è anche una comunità che non si arrende, che non si chiude in casa, che non lascia gli spazi pubblici alla paura. Giuditta ha subito una violenza, ma non vuole che la violenza cambi la sua vita né che decida come dovrà essere la città di domani: il modo migliore per starle vicino è aiutarla a realizzare proprio questo».
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