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Tra Hormuz e Bab el-Mandeb l’Arabia Saudita nella tenaglia degli stretti

Tra Hormuz e Bab el-Mandeb l’Arabia Saudita nella tenaglia degli stretti

Per quattro anni l’Arabia Saudita ha scelto il silenzio. Dalla tregua informale del 2022, Riad ha ingoiato le provocazioni degli... L'articolo Tra Hormuz e Bab el-Mandeb l’Arabia Saudita nella tenaglia degli stretti proviene da Il Riformista .

Riad nella morsa tra Iran e Houthi Tra Hormuz e Bab el-Mandeb l’Arabia Saudita nella tenaglia degli stretti Per quattro anni l’Arabia Saudita ha scelto il silenzio. Dalla tregua informale del 2022, Riad ha ingoiato le provocazioni degli Houthi piuttosto che tornare in una guerra costosa e impopolare, affidandosi alla mediazione dell’Oman e ai propri sistemi antimissile. Quella lunga pazienza si sta rompendo ora, e per una ragione che va oltre lo Yemen: la geografia del petrolio. Il 13 luglio gli Houthi hanno lanciato missili contro l’aeroporto di Abha, i primi contro il territorio saudita dalla tregua del 2022, dopo aver attribuito al regno un raid sull’aeroporto di Sanaa in realtà rivendicato dal governo yemenita riconosciuto. Da lì l’escalation è stata rapida: lunedì 20 luglio gli Houthi hanno dichiarato un blocco navale contro l’Arabia Saudita, “occhio per occhio“, vietando a qualunque nave di caricare o scaricare merci nei porti sauditi, pena il rischio di essere colpita. Non controllano la costa dello stretto, ma non ne hanno bisogno: tra il 2023 e il 2025 hanno attaccato oltre cento navi commerciali con droni, missili e barchini, rendendo le acque di Bab el-Mandeb troppo rischiose per gli armatori. Per capire perché stavolta Riad non può restare passiva, bisogna guardare la mappa. Da quando la guerra tra Stati Uniti e Iran, esplosa a fine febbraio, ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, l’Arabia Saudita ha dirottato una quota enorme del proprio export via terra fino al terminal di Yanbu, sul Mar Rosso, per farlo poi uscire attraverso Bab el-Mandeb. I numeri raccontano la dipendenza: le esportazioni da Yanbu sono salite a circa quattro milioni di barili al giorno, contro meno di un milione di un anno fa, un aumento del 400%. Bab el-Mandeb era diventato la valvola di sfogo che permetteva al greggio saudita di raggiungere l’Asia aggirando Hormuz. Ora gli Houthi minacciano di chiudere anche quella. E la minaccia non si è fermata alle parole, perché all’alba di ieri due petroliere saudite, la Encelia e la Layla, sono state attaccate con missili e droni che hanno causato vasti incendi. È la tenaglia perfetta, ed è esattamente il disegno di Teheran: l’Iran colpisce le petroliere a Hormuz, gli Houthi soffocano il Mar Rosso, e i due colli di bottiglia più critici del pianeta per l’energia vengono strozzati insieme. Con Hormuz già paralizzato, la chiusura totale di Bab el-Mandeb toglierebbe dal mercato un altro 7% del greggio mondiale, portando la quota bloccata verso un quarto dell’offerta globale di petrolio e gas. Il prezzo del barile ha già superato i 90 dollari, e gli analisti avvertono che una minaccia concreta all’export saudita lo spingerebbe oltre i 100. L’effetto deterrente funziona anche senza sparare: quattro petroliere con carico saudita hanno invertito la rotta prima di raggiungere lo stretto, il traffico è crollato di oltre un terzo in un giorno. E Riad valuta ora l’opzione che aveva evitato per quattro anni. Il ministro della Difesa Khalid bin Salman ha lasciato intendere che Washington concede margine per attacchi offensivi contro gli Houthi, anche se la corte reale resta divisa. Il patto di mutua difesa con il Pakistan, firmato a settembre, non aiuta: è uno scudo pensato contro l’Iran, non un obbligo a combattere una milizia yemenita, e nessuno a Islamabad ha interesse a impantanarsi nello Yemen. Resta il paradosso strategico che inchioda Riad: reagire con la forza rischia di riaccendere una guerra decennale e di esporre gli impianti petroliferi a rappresaglie, come accadde ad Abqaiq nel 2019; non reagire significa lasciare che una milizia decida quanto greggio saudita può raggiungere il mondo. È la posizione più scomoda in cui la geografia possa mettere un esportatore di petrolio: dipendere, per sopravvivere, proprio dallo stretto che il nemico può chiudere. © Riproduzione riservata

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