Via libera alla vendita di Euroapi, 60 milioni per salvare l?impianto mentre Jp Morgan trova acquirenti per il cracking

La vendita dello stabilimento Euroapi di Brindisi a Huvepharma Eood cambia il segno di una crisi che, fino a pochi mesi fa, sembrava destinata a concludersi con l?uscita del sito dalla...
La vendita dello stabilimento Euroapi di Brindisi a Huvepharma Eood cambia il segno di una crisi che, fino a pochi mesi fa, sembrava destinata a concludersi con l’uscita del sito dalla geografia industriale del gruppo francese. L'ufficialità della vendita L’accordo firmato mercoledì prevede il trasferimento del 100% di Euroapi Italy, la società che controlla l’impianto brindisino, al gruppo farmaceutico bulgaro. Il valore d’impresa attribuito all’operazione è di cinque milioni di euro, ma il dato che ne definisce davvero la portata è il sostegno da 60 milioni che Huvepharma Eood garantirà nei prossimi due anni. La differenza tra i due valori spiega la natura dell’intesa. I cinque milioni rappresentano il prezzo attribuito alla società industriale. I 60 milioni serviranno invece a mantenerla in funzione, finanziare gli impianti e accompagnarne la trasformazione. Un terzo delle risorse sarà versato al closing, cioè quando il passaggio di proprietà diventerà efficace. Il resto arriverà nei ventiquattro mesi successivi. La chiusura dell’operazione è attesa entro la fine del 2026. Per Brindisi la firma vale prima di tutto la continuità di una fabbrica tecnologicamente avanzata. Lo stabilimento occupa circa 200 lavoratori diretti e sostiene un indotto stimato in altre 200 unità. La chiusura non avrebbe prodotto soltanto un costo sociale, ma avrebbe eliminato dal territorio una piattaforma manifatturiera ad alta intensità di competenze, con effetti sulla manutenzione industriale, sui servizi tecnici e sulla logistica. La presentazione in Confindustria Il passaggio è stato illustrato nella sede di Confindustria Brindisi dai vertici delle due multinazionali, David Seignolle per Euroapi e Kiril Domuschiev per Huvepharma EOOD. Al confronto hanno partecipato i rappresentanti dell’associazione degli industriali, le Rsu e i sindacati: Antonio Frattini, segretario generale della Filctem Cgil Puglia, Marcello De Marco della Femca Cisl Brindisi-Taranto e Carlo Perrucci, segretario generale della Uiltec Puglia. La soluzione arriva dopo un lungo lavoro istituzionale e negoziale. Confindustria Brindisi, presieduta da Giuseppe Danese e diretta da Angelo Guarini, ha seguito la vertenza per evitare che la razionalizzazione decisa da Euroapi si trasformasse in una dismissione definitiva. Anche la Regione Puglia ha mantenuto aperto il dossier, affiancando il confronto tra azienda e sindacati e seguendo la verifica sul potenziale acquirente. Il tema non riguardava soltanto i posti di lavoro, ma la permanenza nel territorio di un settore che incorpora ricerca, procedure di qualità, capacità di processo e know-how difficilmente ricostruibili. I numeri del sito spiegano tuttavia perché il rilancio non possa essere considerato automatico. Nel 2025 Brindisi ha realizzato ricavi per 38,4 milioni di euro, per il 65% collegati a Sanofi, e ha registrato un Ebitda core negativo per 22,1 milioni. Nel primo semestre 2026 i ricavi sono scesi a 12 milioni, con un Ebitda core negativo per 11 milioni. In termini semplici, la gestione industriale ordinaria non è riuscita a generare margini sufficienti a coprire i costi. Nei conti Euroapi la cessione ha inoltre comportato una svalutazione di 35,7 milioni. Gli impegni per il futuro Il nuovo proprietario dovrà quindi fare più di quanto richieda una normale acquisizione. Serviranno nuovi prodotti, nuovi clienti e volumi capaci di distribuire i costi fissi su una base produttiva più ampia. Occorrerà ridurre la dipendenza dalle commesse Sanofi e assegnare a Brindisi una funzione precisa nella rete internazionale del gruppo. I 60 milioni comprano tempo e capacità di intervento, ma il futuro dello stabilimento dipenderà dalla qualità del piano industriale e dalla velocità con cui le risorse saranno trasformate in produzioni. Huvepharma dispone di un profilo coerente con questa sfida. Il gruppo privato con sede a Sofia opera nella salute animale e umana, nei principi attivi, nei vaccini, negli enzimi e nella nutrizione. Controlla dieci siti produttivi: tre in Bulgaria, due in Francia e cinque negli Stati Uniti. Le competenze comprendono fermentazione, sintesi chimica, formulazione e confezionamento. Il gruppo ha sviluppato anche investimenti energetici per aumentare l’autonomia degli stabilimenti, con cogenerazione, impianti solari e sistemi di accumulo. L’ingresso a Brindisi amplia la presenza europea di Huvepharma e aggiunge alla sua rete uno stabilimento specializzato nella produzione di principi attivi farmaceutici. Per il territorio, l’operazione evita la perdita immediata della fabbrica e apre una fase più complessa: trasformare una cessione difensiva in una piattaforma di crescita. La chimica di base E intanto spuntano dei possibili compratori per gli impianti Versalis di Brindisi fermi, a partire da cracking e Pe1/2. È quanto emerso ieri durante il tavolo di aggiornamento sul protocollo d’intesa per la transizione industriale degli stabilimenti Eni legati alla chimica di base in tutta Italia. Tavolo al quale non ha partecipato, in quanto non inviati, i rappresentanti della Cgil e della Filctem che, per questo, hanno organizzato un presidio di protesta all’esterno della sede del ministero delle Imprese e del Made in Italy dove si teneva il vertice. Dopo la riunione, Eni ha fatto sapere che “il piano di trasformazione industriale di Versalis” oggetto del protocollo d’intesa del marzo 2025 “è in piena attuazione e conferma gli investimenti che sono diventati superiori ai 2 miliardi di euro inizialmente previsti”. Nel corso dell’incontro, la società “ha ribadito le motivazioni della crisi strutturale e irreversibile della chimica di base europea che rende indispensabile il passaggio a una chimica di specialità e innovazione, e ha illustrato lo stato di avanzamento del piano di trasformazione previsto nel protocollo che coinvolge i siti industriali di Eni Versalis in Puglia e Sicilia”. L'avvio del cantiere per la gigafactory A Brindisi, in particolare, “è stato avviato il cantiere per la costruzione della gigafactory, e si prevede che la Bess possa essere completata già a metà 2027”. Eni ha aggiornato i presenti anche sullo stato di avanzamento dell’attività dell’advisor incaricato della vendita degli impianti, ovvero Jp Morgan, che ha visto la ricerca, l’individuazione ed il primo contatto con 30 potenziali acquirenti. Dopo questa prima fase, sono ora in corso “gli approfondimenti necessari con chi ha presentato una manifestazione di interesse per un progetto industriale di lungo termine”. Eni, infine, sottolinea che le attività del protocollo “assicurano il mantenimento dell’occupazione e l’attenzione per l’indotto dei territori attraverso un percorso strutturato di dialogo, supporto alla costruzione di nuove filiere locali e rafforzamento competitivo delle imprese”. La posizione del governo L’incremento delle risorse messe in campo da Eni, passate da 2 a 2,5 miliardi di euro, sottolinea la sottosegretaria Fausta Bergamotto che ha coordinato la riunione di ieri, «è un segnale concreto e apprezzabile della volontà dell’azienda di dare seguito agli impegni assunti al tavolo del 10 marzo scorso. Parliamo di un piano che punta a riconvertire la chimica di base verso produzioni a maggior valore aggiunto, salvaguardando le competenze e le professionalità dei territori coinvolti. Il governo segue con grande attenzione questo percorso, consapevole della sua rilevanza strategica per l’industria nazionale e per i lavoratori». La riunione, ha concluso, «ci conforta sul rispetto degli impegni assunti dall’azienda per i siti siciliani e di Brindisi. In particolare, valutiamo positivamente l’azione dell’advisor per la ricollocazione degli impianti in conservazione, che rappresenta un passaggio decisivo per garantire un futuro produttivo a queste realtà e tutelare l’occupazione. I risultati illustrati oggi confermano che il percorso avviato sta procedendo secondo il cronoprogramma condiviso. Il ministero continuerà a vigilare sulla corretta attuazione del piano e sul pieno rispetto delle scadenze e degli impegni assunti, mantenendo un confronto costante con l’azienda e con tutte le parti coinvolte, a garanzia dei territori e dei lavoratori». La protesta della Cgil E mentre sono partiti i lavori preliminari per il cantiere della gigafactory, fuori dal ministero si protestava «contro l'esclusione dal tavolo di chi continua a dire che chiudere la chimica di base è un errore», hanno dichiarato il segretario confederale Cgil Gino Giove e il segretario generale della Filctem Cgil Marco Falcinelli. «Mentre chiude stabilimenti, cancella posti di lavoro e l'autonomia strategica del Paese, Eni aumenta dividendi e buyback. Una sorta di Robin Hood al contrario: l'azienda non prende ai ricchi per sostenere il paese in cui è nata, ma riduce la presenza industriale per distribuire sempre più risorse ai mercati finanziari», hanno incalzato i due sindacalisti.
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